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	<title>Collettivo99 - Giovani Tecnici Aquilani</title>
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		<title>L&#8217;Aquila &#8220;Smart City&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Mar 2012 08:46:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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articolo di Riccardo Luna pubblicato su &#8220;La Repubblica&#8221; del 17 marzo 2012 (vai all&#8217;articolo).
Ci vuole tanto coraggio per venire a parlare di smart city a chi non ha più una city perché un terremoto se l&#8217;è portata via ormai tre anni fa. Ci vuole tanto ottimismo per parlare di soluzioni intelligenti a chi in questi anni ha subito la stupidità di chi poteva decidere per il bene comune e non lo ha fatto. I professoroni sbarcati ieri a L&#8217;Aquila sono giovani, coraggiosi e ottimisti. Lavorano per l&#8217;Ocse, l&#8217;organizzazione mondiale per ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2009/05/centro-calvino.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-538" title="centro-calvino" src="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2009/05/centro-calvino-e1332233140429.jpg" alt="" width="600" height="600" /></a></p>
<p>articolo di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Riccardo_Luna" target="_blank">Riccardo Luna</a> pubblicato su &#8220;La Repubblica&#8221; del 17 marzo 2012 (<a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/03/17/news/se_laquila_per_rinascere_diventa_una_smart_city-31703784/" target="_blank">vai all&#8217;articolo</a>).</p>
<p>Ci vuole tanto coraggio per venire a parlare di smart city a chi non ha più una city perché un terremoto se l&#8217;è portata via ormai tre anni fa. Ci vuole tanto ottimismo per parlare di soluzioni intelligenti a chi in questi anni ha subito la stupidità di chi poteva decidere per il bene comune e non lo ha fatto.<span id="more-2587"></span> I professoroni sbarcati ieri a L&#8217;Aquila sono giovani, coraggiosi e ottimisti. Lavorano per l&#8217;Ocse, l&#8217;organizzazione mondiale per lo sviluppo e la cooperazione economica. Vengono da dieci paesi e cinque continenti. Dicono con entusiasmo frasi come &#8220;L&#8217;Aquila is beautiful&#8221; oppure, in italiano, &#8220;vi porto i saluti degli abruzzesi della Nuova Zelanda&#8221;, e pensano che questo possa lenire le ferite del cuore. Sembrano ingenui ma non è così. Per molti mesi, mentre qui tutto era fermo, hanno studiato la situazione, hanno fatto tante interviste e ieri si sono presentati con un piano. Un grande piano.<br />
Si chiama &#8220;Abruzzo verso il 2030: sulle ali dell&#8217;Aquila&#8221;, ovvero &#8220;come rendere una regione più forte dopo un disastro naturale&#8221;. La parola magica è smart city. Ovvero la città intelligente. La terra promessa attorno a cui lavorano in tutto il mondo architetti, ingegneri, ambientalisti per costruire un pianeta migliore.<br />
Un modello chiaro e definito di cosa sia una smart city ancora non esiste, ma l&#8217;Unione Europea ha stanziato svariati miliardi di euro per spingere almeno trenta città europee a diventare smart entro il 2020: tra le città italiane Genova ha appena vinto la gara con Torino aggiudicandosi i primi tre lotti. Ma è solo l&#8217;inizio. Il ministro Profumo ha messo sul tavolo altri 200 milioni per chi volesse realizzare progetti &#8220;smart&#8221; in alcune regioni del Centro sud. Intanto il progetto dell&#8217;Expo 2015 ha abbandonato la via degli orti urbani e preso con decisione quello della smart city ottenendo così i soldi e la tecnologia di Telecom, Cisco, Accenture, mentre altri nove partner sono in arrivo per un totale di 400 milioni di euro di fondi privati da investire in un quartiere di Milano.<br />
Cosa vuol dire &#8220;smart&#8221;? Vuol dire meno traffico, meno inquinamento, energia pulita, niente file e tante altre bellissime cose. Il presupposto è dare Internet a tutti, persone ma anche oggetti: lo scenario sono migliaia di sensori che mandano dati in tempo reale a supercomputer che li analizzano trovando soluzioni per farci vivere meglio in città sempre più affollate. Ma non basta Internet a rendere una città intelligente. Contano anche i materiali (più legno meno cemento, per esempio). E i comportamenti delle persone: con azioni stupide è impossibile avere una città intelligente. Insomma come ha spiegato qualche giorno fa il direttore del centro Nexa, il professor Juan Carlos De Martin, &#8220;una città digitale non è necessariamente smart, mentre una città smart è necessariamente digitale&#8221;.<br />
Ma torniamo al piano. Oggi i professoroni guidati dagli olandesi della università di Groningen lo presentano in pompa magna nei laboratori dell&#8217;Istituto Nazionale di Fisica Nucleare del Gran Sasso, uno dei gioielli della ricerca italiana. Uno dei pochi simboli felici della regione. Non sarà un momento banale: nel corso della giornata è atteso anche il presidente del Consiglio Mario Monti che secondo molti verrà a mettere il sigillo del governo sul progetto &#8220;L&#8217;Aquila Smart City&#8221; dopo che anche Expo2015 ha detto di voler mettere a disposizione le proprie soluzioni tecnologiche per la ricostruzione. Vedremo se sarà così.<br />
Ieri pomeriggio intanto il piano è stato anticipato agli aquilani. Si chiama strategia di &#8220;condivisione e partecipazione&#8221;. O anche &#8220;ricostruzione dal basso&#8221;. Serve a creare consenso, ma anche a fare piani migliori. L&#8217;appuntamento era alle tre del pomeriggio nel ridotto del teatro comunale, proprio nel centro storico sventrato, tra macerie e transenne che sembrano eterne, come fossero monumenti alla nostra incapacità di ripartire. La sala era strapiena, gonfia di umori cattivi e con qualche speranza che affiorava negli applausi convinti dopo i discorsi dei professori Ocse, così belli e astratti a volte.<br />
In ventesima fila, come un cittadino qualunque, c&#8217;era Fabrizio Barca, che non è solo il ministro che ha avuto dal premier Monti la delega ad occuparsi della ricostruzione. È anche l&#8217;artefice del piano l&#8217;Aquila Smart City. La storia è questa. L&#8217;idea di una ricostruzione intelligente non è venuta ai signori dell&#8217;Ocse, ma ai giovani architetti aquilani. Meno di un mese dopo il sisma si sono costituiti in una associazione che hanno chiamato &#8220;Collettivo 99&#8243;, dove collettivo non ha il senso di una collocazione politica, ma solo di un lavoro comune, tengono a precisare; mentre 99 è il numero che rappresenta la storia dell&#8217;Aquila, i castelli della fondazione, le piazze, le fontane. Insomma i giovani architetti aquilani, mentre il governo Berlusconi e la Protezione Civile di Bertolaso allestiscono in fretta case provvisorie e danno il via alla solita ricostruzione all&#8217;italiana, scrivono documenti su documenti per dire che il dramma del terremoto può essere una opportunità, perché con le nuove tecnologie si può ricostruire una città migliore, con spazi comuni diversi, verde ed energia al centro di tutto. Una smart city. Naturalmente non li ascolta nessuno.<br />
Ma in qualche modo riescono a far sì che una parte degli otto milioni di euro raccolti da sindacati e Confindustria, in un fondo di solidarietà, vengano usati per uno studio strategico. Così arrivano al ministero dello Sviluppo Economico e lì intercettano Barca, che allora era un alto dirigente con eccellenti contatti all&#8217;Ocse. Il piano parte così. Per questo alla fine non è tanto diverso dalle cose che scrivevano gli architetti aquilani. In più dice tre cose. Indire una gara internazionale per la ricostruzione. Candidare l&#8217;Aquila a capitale europea della cultura del 2019. Diventare un laboratorio mondiale di innovazione.<br />
Poi si sono alzati i cittadini aquilani. Con il dolore impresso sul viso e nella voce la rabbia per essere stati ignorati finora. Hanno detto che L&#8217;Aquila intelligente è una cosa bella, certo, ma prima di tutto vogliono tornare a dormire in una casa. Prima di tutto.</p>
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		<title>Casa Onna &#8211; Dibattito su Piazza d&#8217;Armi 8.1.11</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Jan 2011 15:11:30 +0000</pubDate>
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Marco Morante per C99 al dibattito su Piazza d&#8217;Armi dell&#8217;8 gennaio 2011
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<p>Marco Morante per C99 al dibattito su Piazza d&#8217;Armi dell&#8217;8 gennaio 2011</p>
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		<title>beirut/l&#8217;aquila &#8211; dalle transenne alla città</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Jan 2011 11:59:30 +0000</pubDate>
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DIBATTITO E MOSTRA C/O URBAN CENTER &#8211; SALA BORSA _ BOLOGNA (scarica l&#8217;invito)
Fare parte di una città “distrutta” è qualcosa che segna profondamente. Vuol dire condividere la tragedia umana di ogni abitante, il presente e  il passato di queste città, e quella di uno spirito urbano in rovina . Ma  lo sforzo per preservare le memorie, gli spazi pubblici, l’identità, mantiene sempre vivo uno spirito di ricostruzione, con atteggiamenti sempre diversi a seconda del  rapporto instaurato con la storia. Beirut e L’Aquila pongono importanti temi di riflessione ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2011/01/beirut-laquila.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2556" title="beirut-l'aquila" src="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2011/01/beirut-laquila.jpg" alt="" width="600" height="400" /></a></p>
<p>DIBATTITO E MOSTRA C/O URBAN CENTER &#8211; SALA BORSA _ BOLOGNA (<a href="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2011/01/invito-beirut-laquila-1.pdf" target="_blank">scarica l&#8217;invito</a>)</p>
<p><em>Fare parte di una città “distrutta” è qualcosa che segna profondamente. Vuol dire condividere la tragedia umana di ogni abitante, il presente e  il passato di queste città, e quella di uno spirito urbano in rovina . Ma  lo sforzo per preservare le memorie, gli spazi pubblici, l’identità, mantiene sempre vivo uno spirito di ricostruzione, con atteggiamenti sempre diversi a seconda del  rapporto instaurato con la storia. Beirut e L’Aquila pongono importanti temi di riflessione mostrandoci scenari simili ma per qualche aspetto opposti. È un’opportunità di confronto sui principi universali e fondamentali che possono guidare il pensiero e gli interventi di gestione della distruzione e della ricostruzione degli spazi pubblici, a partire da temi chiave quali memoria e responsabilità.</em></p>
<p>organizzatori:</p>
<ul>
<li><strong>Ordine degli Architetti di Bologna</strong></li>
<li>con il sostegno di <strong>Urban Center Bologna</strong></li>
</ul>
<p>data dibattito:</p>
<ul>
<li><strong>giovedì 10 febbraio</strong>, ore 17.00 presso l’<strong>auditorium “E. Biagi” (Sala Borsa)</strong></li>
</ul>
<p>relatori:</p>
<ul>
<li>da Beirut: <strong>George Arbid</strong> (esperto di storia dell’architettura, in lotta per costruire un archivio e la protezione del patrimonio architettonico libanese oggi ancora in serio pericolo),</li>
<li>da L’Aquila: <strong>Marco Morante</strong> (architetto, fondatore C99)</li>
<li>moderatore: <strong>Antonella Tarpino</strong> (storica, autrice di Geografie della Memoria)</li>
</ul>
<p>mostra:</p>
<ul>
<li>presso Urban Center &#8211; (Sala Borsa), nei locali dedicati a esposizioni temporanee dal 10/2 per 2 settimane, esposizione di materiale fotografico prestato gratuitamente da Beirut (fotografo Marco Manfredini di Reggio Emilia) e da LʼAquila (fotografie di Pierluigi Caputo, ampia documentazione fotografica della zona rossa)</li>
</ul>
<p>sponsor:</p>
<ul>
<li><a href="http://www.bper.it/" target="_blank">Banca Popolare dell&#8217;Emilia Romagna</a></li>
</ul>
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		<title>SPORE di SPRAWL</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 09:05:47 +0000</pubDate>
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di Marco Morante.
Il fenomeno insediativo contemporaneo, frutto delle sconfitte dello zoning e della regolamentazione come unici strumenti per il controllo della forma del territorio, è la diffusione. Essa è comunemente definita “sprawl”, ‘dispersione scomposta’ con un alto consumo di suolo a fronte di una bassa densità abitativa (un disastro!), seppur ci sarebbe da discernere tra diffusione e dispersione (dove quest’ultima allude al dividere, al “mandare in parti diverse”) ché, a ben vedere, non sono proprio la stessa cosa (1).
Il fenomeno, dilagante anche in Italia come dimostrano ad esempio la città ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/12/rotonda.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2548" title="rotonda" src="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/12/rotonda.jpg" alt="" width="600" height="400" /></a></p>
<p>di Marco Morante.</p>
<p>Il fenomeno insediativo contemporaneo, frutto delle sconfitte dello zoning e della regolamentazione come unici strumenti per il controllo della forma del territorio, è la diffusione. Essa è comunemente definita “sprawl”, ‘dispersione scomposta’ con un alto consumo di suolo a fronte di una bassa densità abitativa (un disastro!), seppur ci sarebbe da discernere tra diffusione e dispersione (dove quest’ultima allude al dividere, al “mandare in parti diverse”) ché, a ben vedere, non sono proprio la stessa cosa (1).</p>
<p>Il fenomeno, dilagante anche in Italia come dimostrano ad esempio la città adriatica, quella campana come anche quella padana, è spesso non facilmente delimitabile assumendo dimensioni di area vasta o molto vasta. A tenerlo a freno i confini geo-morfologici, ad innescarne ed alimentarne la crescita le infrastrutture della mobilità, su tutte, unitamente all’assoluta inefficacia delle politiche urbane.</p>
<p>Partendo dalla constatazione per cui, per la forza del modello urbanistico-territoriale con cui era nata e cresciuta, L’Aquila era tutto sommato immune da tale fenomeno (seppur interessata da pessime periferie che sarebbe errato considerare diffuse), ciò che si intende dimostrare è l’innescarsi nella conca aquilana, in conseguenza delle azioni messe in atto per dare risposta all’emergenza post-sismica, di spore di inarrestabile proliferazione insediativa.  Esse non sono ferme alle prime decisioni emergenziali, ma vanno alimentandosi l’un l’altra, nel tempo, dettate dalla contingenza piuttosto che da una intelligenza di pre-visione (2). E’ un cane che si morde la coda e che, nel futuro, potrebbe mordere e mangiare tutto il resto.</p>
<p>Le rare virtù della configurazione della città-territorio aquilana e la scelerata scelta centrifuga del progetto C.A.S.E. come della Delibera Comunale 58/2009 grazie alla quale tutti i proprietari di case inagibili a causa del sisma sono stati messi nella possibilità di realizzare casette fai-da-te pressoché ovunque, da rimuovere dopo 3 anni, senza che per queste ultime vi sia stata la lungimiranza di definire aree che, quantomeno, evitassero la polverizzazione nel territorio (3).</p>
<p>Se a ciò si va ad aggiungere il decentramento delle funzioni ammninistrative e direzionali resosi necessario per l’inagibilità del centro storico con le zone ad esso limitrofe, l’aumento di traffico nel fascio stradale urbano di valle (da cui l’incremento esponenziale degli incidenti mortali nelle strade cittadine) e, non ultimo, l’inerzia e l’incertezza con cui vengono percepiti ricostruzione e processi di finanziamento ad essa correlati, è facile comprendere la crescita di attenzione ed interesse pubblici e privati verso una ruralità che si va sempre più urbanizzando (4).</p>
<p>Così si ragiona, mediante non meglio palesati processi progettuali, di dotazione di servizi delle aree C.A.S.E., sorgono cartelli di vendita di terreni prima difficilmente appetibili, capannoni prima in disuso sono oggetto di rifunzionalizzazioni e precoci occupazioni, nuovi capannoni vengono eretti come sedi di grandi imprese di costruzioni o di servizio alla ricostruzione.</p>
<p>Ciò che però, più di altro, segna in modo visibile a tutti la misura del sedimantarsi di un diverso modello di città (dall’estetica pedonale del centro alla tardiva “scoperta” dello spazio stradale) è la “rotonda” stradale.</p>
<p>Unitamente alle C.A.S.E. (Complessi, Antisismici Sostenibili Ecocomptibili), ai M.A.P. (Moduli Abitativi Provvisori), ai M.U.S.P. (Moduli ad Uso Scolastico Provvisori), ai M.E.P. (Moduli Ecclesiastici Provvisori), ai colori eccentrici ed intensi degli edifici riparati, alle casette alpine, americane o stile “Addams” (disposte nei luoghi più impensati), il terremoto ha accelerato l’introduzione di questo strumento di snellimento del traffico anche a L’aquila, città notoriamente “Immota” (5).</p>
<p>Tralasciando le modalità di inserimento nel contesto ed “abbellimento” dell’oggetto, oltre che l’assoluta mancanza del pur minimo ragionamento sulla natura spaziale degli interstizi stradali, ciò che interessa più cogliere è l’effetto “spora” (6) che questi miglioramenti infrastrutturali (come e più degli altri già menzionati) producono in favore della diffusione urbana.</p>
<p>E’ come se si facessero portatori di una modalità insediativa vincente nei confronti della contingenza ma, allo stesso tempo, deleteria per il precedente modello insediativo che, resistendo per secoli, continuava a costituire il principale fattore di attrattività per la città (7).</p>
<p>Come tali miglioramenti viari facilitino la diffusione è facile da dimostrare, riducendosi con essi i tempi di connessione tra il centro (che in questo caso è ancora meno concentrato che nel pre-sisma e smembrato tra le prime espansioni del centro storico e le aree industriali) e la periferia. E’ facile peraltro riscontrare nelle città diffuse più consolidate quanto esse siano in diretta relazione con la capacità infrastrutturale, come già si diceva.</p>
<p>Come il consolidarsi della “ciambella insediativa” mini il modello multi-centrico/macrocefalo della città-territorio aquilana è altrettanto facile dedurre, visti i tempi di cui necessitano i processi urbani per sedimentarsi. In tal modo L’Aquila viene privata sia del rapporto virtuoso città-campagna di cui godeva che del forte centro di rappresentazione collettiva dal punto di vista iconico, identitario, sociale, commerciale e, non ultimo, spaziale.</p>
<p>Come, infine e più in generale, il modello della dispersione insediativa sia da considerarsi negativo tra le differenti forme in cui può manifestarsi un insediamento umano, è questione che può argomentarsi in primo luogo &#8211; per l’attualità che ricopre a livello globale &#8211; con la maggiore efficienza energetica, funzionale e di riduzione del consumo di suolo che gli insediamenti densi possono garantire (8).</p>
<p>Da quanto rilevato è dunque possibile trarre due differenti conclusioni, l’una di carattere prettamente locale, l’altra sui fenomeni insediativi in senso più ampio.</p>
<p>Sul primo e dunque sull’Aquila, dato lo stato delle cose e non potendo eliminare certe cause, sarebbe importante attenuarne ed indirizzarne gli effetti per rendere attuabile una certa visione di città, condivisa, fattibile e perseguibile mediante un progetto di processo.</p>
<p>Pur in mancanza di tale visione comune, ma con la mente ad un assetto capace almeno di ridonare un ruolo al centro storico e di mantenere il disegno multi-polare insidiato dalla diffusione insediativa, le politiche urbane dovrebbero prioritariamente e tempestivamente assumere le seguenti decisioni:</p>
<ol>
<li>Definire perimetri di edificazione dove si riscontrino agglomerati di costruito ed una soglia minima di “comunità”, decretando per tutto il restante territorio comunale l’inedificabilità, la rimozione delle casette-fai-da-te come anche dei M.A.P., M.U.S.P., M.E.P. e delle stesse C.A.S.E. In tal modo si rimarrebbe nell’ambito multi-polare mediante una composizione cellulare (9).</li>
<li>All’interno di queste cellule, inserire attrezzature pubbliche prestando attenzione a non delocalizzare dal centro storico e dalle zone ad esso più prossime le funzioni direzionali primarie. Prevedere la reversibilità di servizi ed attezzature che dovessero contrastare con le intenzioni del punto 1. Rendere capace ciascuna cellula di essere un centro, evitando allo stesso tempo che sia così forte da soverchiare gli altri centri e rendendo capaci i poli secondari, nella loro sommatoria, di bilanciare la forza del nucleo storico.</li>
<li>Nella previsione di una alternativa armatura di mobilità pubblica sostenibile, limitarsi a risolvere le maggiori criticità della rete stradale in modo così da rendere vantaggiosa la scelta del servizio pubblico non appena reso competitivo.</li>
<li>Rendere praticabile la mobilità ciclabile proprio in virtù della momentanea “discesa a valle” (fuori centro storico) della città, recuperando la rete ambientale-fluviale.</li>
</ol>
<p>Sono azioni che hanno evidentemente bisogno di dosi da somministrare con il bilancino. Il problema è che ad oggi non si è ancora scritta alcuna ricetta!</p>
<p>Quanto invece alla teoria generale sulla città diffusa è evidente come, seppur con un ritardo di oltre venti anni, oggi a L’Aquila sia possibile osservare, accelerati, i processi che portano alla diffusione insediativa:  sintomi, scelte, tendenze, criticità, “qualità”. Quella spazializzazione delle pulsioni sociali che taluni vedono dietro lo sprawl e che, <em>obtorto collo</em>, pare ormai essersi impossessata degli stessi aquilani.</p>
<p>Sulla scorta delle esperienze maturate in altri contesti diffusi già consolidati è opportuno cercare ed adottare contromisure, valutandone di volta in volta la capacità di contenimento del fenomeno e di assicurazione di qualità urbana, per preservare al massimo un rapporto privilegiato, equilibrato e virtuoso insediamento-natura.</p>
<p>________________________</p>
<h5>(1) Tra i molti studi compiuti in materia risultano di particolare interesse quelli redatti all’insorgere del fenomeno o, almeno, alla sua prima e lucida presa di coscienza: Secchi B., <em>Cambiamenti</em> in Casabella 622,1996 e Boeri S., Lanzani A., Marini E., <em>Il territorio che cambia</em>, Abitare Segesta, Milano, 1993.</h5>
<h5>(2) La necessità per L’Aquila di una forma anche leggera di masterplan, strutturato sul processo più che su un disegno concluso e terminale, è stato l’asse portante dell’attività di Collettivo99 fin da subito (<a href="http://www.collettivo99.org/site/?page_id=1673" target="_blank">link</a>). Ciò dovrebbe essere anche a fondamento di una politica adeguata alla gravità ed alla enormità della condizione aquilana, che dovrebbe ritrovare ispirazione nell’impresa che l’Italia seppe compiere nella straordinaria stagione ricostruzione del secondo dopoguerra: “Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni” (Alcide De Gasperi)</h5>
<h5>(3) vedere a riguardo “<a href="http://www.collettivo99.org/site/?p=1967" target="_blank">c.i.t.t.à. e città</a>” ed “<a href="http://www.collettivo99.org/site/?p=2163">Alternative possibili</a>”</h5>
<h5>(4) E’ utile in tal senso consultare le tendenze che Alberto Bazzucchi commenta ad un anno dal sisma (<a href="http://www.collettivo99.org/site/?p=2113" target="_blank">link</a>)</h5>
<h5>(5) Dal vessillo cittadino “PHS Immota Manet” dove l’acronimo iniziale sta per Post Hanc Stragem e si riferisce probabilmente ai tanti terremoti che l’hanno distrutta nella storia dopo i quali è sempre rinata resistendo.</h5>
<h5>(6) In biologia le “spore” sono cellule disidratate in grado di disperdersi nell&#8217;ambiente per resistere a condizioni avverse e, successivamente, generare (o rigenerare) un individuo vitale, in habitat più adatti alle loro condizioni di vita.</h5>
<h5>(7) Vedere “Alternative possibili” in nota 3.</h5>
<h5>(8) L’Aquila non era una città densa in senso assoluto, ma si costituiva di un sistema di sotto-città dense che, ponevano la natura nello spazio tra esse, mettendola così al centro del più ampio sistema-città. Riconosciuto il primato della densità, è bene precisare come scenari che lavorano sul tema della diffusione (quale ad esempio la “modernità debole e diffusa” proposta da Andrea Branzi), più che visti come alternative competitive alla densità stessa, vadano piuttosto considerati di controllo e mitigazione della deriva dispersiva.</h5>
<h5>(9) Un lontano riferimento in tal senso è il “London bubble diagram” di Arthur Ling e D.K. Johnson del 1943.</h5>
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		<title>Impianto a Biomasse di Bazzano: la risposta di Futuris Aquilana</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 10:18:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[l'uomo e la città]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[futuris aquilana]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Pubblichiamo un contributo inviatoci da Futuris Aquilana in risposta all’articolo recentemente apparso sul nostro sito riguardo la centrale a biomasse in costruzione nel sito di Bazzano. Ringraziamo la Futuris Aquilana di aver deciso di contribuire volontariamente alla discussione cercando di fare chiarezza sulle questione da noi sollevate, e riconosciamo la loro disponibilità e apertura alla discussione. Dal canto nostro crediamo che tutto questo contribuisca a informare chiunque avesse voglia di farlo, con la massima obiettività e trasparenza. Speriamo che questo sia ancora un gesto apprezzato rispetto alle facili tribune e ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;Pubblichiamo un contributo inviatoci da Futuris Aquilana in risposta <a href="http://www.collettivo99.org/site/?p=2496" target="_blank">all’articolo recentemente apparso sul nostro sito riguardo la centrale a biomasse in costruzione nel sito di Bazzano</a>. Ringraziamo la Futuris Aquilana di aver deciso di contribuire volontariamente alla discussione cercando di fare chiarezza sulle questione da noi sollevate, e riconosciamo la loro disponibilità e apertura alla discussione. Dal canto nostro crediamo che tutto questo contribuisca a informare chiunque avesse voglia di farlo, con la massima obiettività e trasparenza. Speriamo che questo sia ancora un gesto apprezzato rispetto alle facili tribune e giudici dell’ultima ora.&#8221;</em></p>
<p><em><a href="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/10/biomasse.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2512" title="biomasse" src="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/10/biomasse.jpg" alt="" width="600" height="225" /></a></em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Accogliamo l’invito espresso nell’articolo “Impianto a biomasse di Bazzano: che si schierino le truppe”, per fornire alcune risposte utili a fugare dubbi e a fare chiarezza sull’iniziativa di Futuris Aquilana. La speranza è di creare condizioni di confronto reale e privo di posizioni aprioristiche.</p>
<p><strong>UN IMPIANTO A BIOMASSE VERGINI NON A RIFIUTI</strong></p>
<p><strong>Per cominciare ci preme subito e in modo chiaro ribadire categoricamente che Futuris Aquilana non realizzerà un impianto predisposto a termo valorizzare rifiuti</strong>, né alimenterà l’impianto con rifiuti per coerenza con:</p>
<ol>
<li><span style="text-decoration: underline;"><strong>La strategia aziendale</strong></span> che punta alla produzione di energia rinnovabile esclusivamente a partire da biomasse vergini. Strategia illustrata sul sito di <a href="http://www.futuris.it/public/index.html" target="_blank">Futuris Spa, azionista di maggioranza di Futuris Aquilana</a>.</li>
<li><span style="text-decoration: underline;"><strong>La specifica autorizzazione per l’utilizzo di biomasse vergini agricole e forestali. Per incenerire rifiuti sarebbe necessario l’avvio di un nuovo iter autorizzativo</strong></span>. La legge definisce con precisione cosa siano le biomasse solide vergini e l’autorizzazione concessa fa scrupolosamente riferimento a questo quadro normativo:
<ul>
<li>Una definizione univoca per le biomasse solide vergini di origine agro forestale, quindi in nessun modo assimilabili ai rifiuti.  Il D.Lgs n.152/06, allegato X alla Parte V, Sezione 4  definisce con chiarezze l’elenco dei combustibili di cui è consentito l’utilizzo.</li>
<li>Una definizione di tracciabilità della filiera, definita dalla legge n.99/2009 e dal Decreto Ministeriale del 2 marzo 2010, che implica l’identificazione della provenienza del combustibile che arriva nell’impianto in modo da poter attivare la cosiddetta filiera corta.</li>
<li>Delle misure di controllo ulteriori da attuare durante la fase di esercizio sono state prescritte in autorizzazione; queste consentiranno agli Enti preposti, una costante verifica sul corretto funzionamento dell’impianto e sulle caratteristiche della biomassa utilizzata.</li>
<li>L’impossibilità di introdurre rifiuti all’interno del perimetro dello stabilimento, non essendo stata chiesta una specifica autorizzazione. Qualunque controllo da parte delle autorità competenti può verificare la eventuale presenza di rifiuti e attivare immediatamente le conseguenti procedure di infrazione.</li>
</ul>
</li>
<li><span style="text-decoration: underline;"><strong>Le scelte fatte in fase di progettazione: l’impianto esclude l’utilizzo di combustibili diversi</strong></span> dalle biomasse solide vergini perché concepito in considerazione delle loro caratteristiche specifiche, dal momento che sono prive di sostanze inquinanti con particolare riferimento alla percentuale di cloro contenuta. Infatti, le biomasse solide vergini contengono limitate  quantità di cloro a differenza dei rifiuti che invece ne contengono percentuali molto più alte, da 10 a 100 volte maggiori. L’eventuale combustione di rifiuti comporterebbe la compromissione del funzionamento dell’impianto per via di fenomeni corrosivi derivanti dalle elevate quantità di cloro nel combustibile.</li>
</ol>
<p><strong>IL PROGETTO</strong></p>
<p>Due parole sul progetto e qualche indicazione utile a comprenderne la genesi, prima di entrare nel merito delle questioni sollevate dall’articolo del 14 ottobre, in particolare l’approvvigionamento, le emissioni atmosferiche e l’impatto ambientale, la cogenerazione di calore e il teleriscaldamento.<br />
Futuris Aquilana intende realizzare una centrale di cogenerazione alimentata a biomasse solide vergini di origine agricola e forestale per una produzione energetica stimata di 40 gigawattora/anno e per la produzione di calore sino ad un massimo di 8 gigawattora/anno.  A regime l’impianto darà lavoro a circa 20 persone cui si aggiungono gli  80 posti di lavoro legati all’attività di filiera.<br />
L’investimento previsto, che si configura come totalmente privato, – il più consistente sul territorio esclusi quelli legati alla ricostruzione dopo il terremoto del 2009 – è pari a 30 milioni di euro.<br />
L’impianto, localizzato nell’area industriale di Bazzano, sarà approvvigionato con un sistema di <em>filiera corta: cluster agricolo energetico</em>.<br />
Parliamo quindi di un impianto di produzione di energia da fonte rinnovabile, in linea con le pratiche definite in sede europea per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni in atmosfera di CO2 ed in linea con i principi di sostenibilità territoriale presenti nelle logiche espresse nei Consigli Europei di Lisbona e Goteborg.</p>
<p><strong>LA GENESI</strong></p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Le attività di valutazione di fattibilità e di progettazione preliminare dell’impianto, sono iniziate a cura della società MA&amp;D Power Engineering SpA nel 2007</span>. L’ipotesi progettuale è stata sempre ed esclusivamente quella di un impianto di generazione di energia elettrica a partire da sole biomasse vergini.<br />
Avviata la fase autorizzativa, MA&amp;D ha cercato dei partner industriali che condividessero la stessa strategia di industriale (basata elusivamente sulla realizzazione di impianti da fonte rinnovabile, con particolare riferimento alle biomasse vergini),  per finalizzare le attività di autorizzazione e procedere quindi a quelle di costruzione e gestione dell’impianto.<strong> Nel 2009 nasce Futuris Aquilana Srl, la società costituita da MA&amp;D e FUTURIS SpA che svilupperà le successive fasi del progetto e curerà la gestione dell’ impianto</strong>.<br />
Il progetto dell’impianto è stato concepito partendo dallo studio delle quantità di biomassa  approvvigionabile da un raggio massimo di 70 km (limite normativo che identifica la filiera corta). L’analisi ha consentito di determinare una disponibilità di biomassa tale da garantire il corretto funzionamento dell’impianto (<strong>Piano di Approvvigionamento</strong> acquisito dalla Conferenza dei Servizi). <strong>Il progetto prevede per l’impianto un fabbisogno di circa 60.000 tonnellate anno di biomassa umida, quantità assai inferiore alla disponibilità evidenziata dallo studio</strong>.</p>
<p><strong>IL SISTEMA DI APPROVVIGIONAMENTO</strong></p>
<p>Quali risorse intende sfruttare Futuris Aquilana, con quali modalità?<br />
Rispondendo alle legittime preoccupazioni desideriamo fare una breve premessa metodologica.<br />
<span style="text-decoration: underline;">Il processo di analisi della disponibilità di biomasse vergini in chiave sostenibile è iniziato nel 2008</span> nell’ambito di un Tavolo Tecnico di concertazione promosso dalla Provincia dell’ Aquila con la partecipazione di MA&amp;D per la valutazione e condivisione  delle diverse iniziative riferibili alla produzione di energia da biomassa, cui erano presenti differenti Enti e Associazioni di Categoria.<br />
Il Tavolo si è costituito come osservatorio territoriale capace di interagire con i processi industriali che si volevano avviare.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>Energia e Territorio:</strong></span></p>
<p>Dopo le diverse fasi di confronto e trattativa, nel 2010 è nata una Associazione Temporanea di Scopo che ha raccolto alcuni dei partecipanti al Tavolo di Concertazione e <strong>che ha dato vita, sempre nel 2010, alla Società Consortile Energia e Territorio: soggetto comprendente diverse realtà locali agricole e forestali</strong>, con il compito di approvvigionare l’impianto contribuendo così a costituire il sistema di filiera.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>Le tipologie di biomassa vergine che saranno utilizzate (fuel mix) proverranno essenzialmente da:</strong></span></p>
<ul>
<li><strong>manutenzione e gestioni dei  boschi</strong>. Attività sviluppata sulla base di precise convenzioni e sotto il controllo degli organi preposti. Si attiva, come le esperienze comparabili dimostrano, una  catena del valore che consente di intervenire in quelle aree boschive non gestite o curate  per mancanza di un mercato si sbocco.</li>
<li><strong>colture energetiche dedicate</strong>. Il Piano di Approvvigionamento determina il fabbisogno di colture dedicate in  circa 700 ettari di terreni marginali o incolti da attivare all’ interno del 70 Km del sistema di filiera. Le colture attivate saranno essenzialmente di Pioppo e altre colture annuali quali Arundo Donax (comune canna).</li>
<li><strong>potature agricole</strong> provenienti principalmente da ulivo e vite.</li>
</ul>
<p>La composizione del mix di combustibile prevista da piano di approvvigionamento:</p>
<table border="0" width="75%">
<tbody>
<tr>
<td width="75%"><strong>BIOMASSA VERGINE</strong></td>
<td style="text-align: center;" width="25%"><strong>%</strong></td>
</tr>
<tr>
<td width="75%">Pioppo “short rotation forestry”</td>
<td style="text-align: center;" width="25%">20-30</td>
</tr>
<tr>
<td width="75%">Potature agricole</td>
<td style="text-align: center;" width="25%">7-15</td>
</tr>
<tr>
<td width="75%">Biomassa forestale</td>
<td style="text-align: center;" width="25%">25-40</td>
</tr>
<tr>
<td width="75%">Altre biomasse agricole ed agroalimentari</td>
<td style="text-align: center;" width="25%">10-15</td>
</tr>
<tr>
<td width="75%">Gestione del territorio</td>
<td style="text-align: center;" width="25%">5-7</td>
</tr>
<tr>
<td width="75%">Biomasse vergini urbane</td>
<td style="text-align: center;" width="25%">5-10</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><BR><strong>LE EMISSIONI IN ATMOSFERA E IL CONTROLLO DELLA QUALITA’ DELL’ARIA</strong></p>
<p>I livelli di emissione dell’impianto di Futuris Aquilana al camino sono inferiori del 30 % ai limiti di legge nazionali. Per quanto riguarda i soli ossidi di azoto e ossido di carbonio i limiti autorizzati sono del 20 % inferiori ai valori limite nazionali. Possiamo quindi  considerare l’impianto  più pulito di quanto la norma preveda.<br />
Il tema della qualità dell’aria è stato approfonditamente sviscerato nell’ambito del progetto autorizzato, a valle di una attenta analisi da parte dei tecnici regionali e provinciali, anche attraverso specifici software di simulazione. Da tale studio risulta che i valori previsti per le ricadute a terra degli inquinanti sono modestissimi in valore assoluto.<br />
Si è effettuata una simulazione della dispersione degli inquinanti in atmosfera con il modello di calcolo CALPUFF (1) .<br />
Si sono presi in considerazione i limiti (D.M. 60/02) per gli elementi sottoposti a monitoraggio in continuo negli impianti a biomasse:</p>
<ul>
<li><strong>Ossidi di Azoto concentrazione massima oraria</strong>, da confrontare con il valore limite orario per la protezione della salute umana pari a 200 μg/m3.</li>
<li><strong>Polveri (PM10) concentrazione massima giornaliera</strong>, da confrontare con il valore limite giornaliero per la protezione della salute umana pari a 50 μg/m3.</li>
<li><strong>Biossido di Zolfo concentrazione massima oraria</strong>, da confrontare con il valore limite orario per la protezione della salute umana pari a 350 μg/m3.</li>
</ul>
<p>Ai fini della simulazione si è assunto:</p>
<ul>
<li>Il rilascio di fumi dall’impianto costante nel tempo con una emissione continua durante tutto l’anno.</li>
<li>Uno scenario di progetto riferito alle più gravose condizioni di esercizio.</li>
<li>Il valore delle concentrazioni di picco per la stima delle concentrazioni massime orarie (99,79 percentile per NO2, 98,08 percentile per il PM10 e 99,73 percentile per SO2).</li>
<li>Per il parametro PM10, in maniera conservativa, che rappresenti la totalità delle polveri emesse al camino.</li>
<li>Dei casi prognostici ovvero situazioni meteorologiche tipo che potrebbero verosimilmente verificarsi nell’area in esame.</li>
</ul>
<p>I risultati ottenuti in termini di contributo derivante dalle emissioni della centrale.</p>
<ol>
<li><strong>Ossidi di Azoto</strong>: nelle condizioni meteo prese in esame i valori di concentrazione massimi orari per gli Ossidi di Azoto in nessun caso evidenziano superamenti dei valori limite imposti dalla normativa, il valore massimo simulato è pari a 16 μg/m3.</li>
<li><strong>Polveri (PM10)</strong>: nelle condizioni meteo prese in esame i valori di concentrazione massimi orari simulati per le Polveri PM10 in nessun caso evidenziano superamenti dei valori limite imposti dalla normativa, il valore massimo simulato è pari a 0.96 μg/m3.</li>
<li><strong>Biossido di Zolfo</strong>: nelle condizioni meteo prese in esame i valori di concentrazione massimi orari per il Biossido di Zolfo in nessun caso evidenziano superamenti dei valori limite imposti dalla normativa, il valore massimo simulato è pari a 6.3 μg/m3.</li>
</ol>
<p>Tutti i valori massimi simulati si verificano in prossimità dell’impianto e il profilo delle concentrazioni mostra un andamento rapidamente decrescente con l’allontanamento dal punto di emissione fino al raggiungimento della soglia della non rilevabilità. I centri abitati del circondario si trovano all’esterno dell’area di influenza prevista dal modello di diffusione.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>Trattamento dei fumi, controllo e monitoraggio</strong></span></p>
<p><strong>Il processo di combustione è controllato in continuo</strong> per assicurarne l’ottimizzazione. Sono inoltre presenti dei <strong>sistemi di trattamento dei fumi articolati</strong> su più sezioni prima dello scarico in atmosfera per ridurne l’impatto e un <strong>sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni</strong> al camino, i cui dati vengono registrati mediante dei sistemi certificati e sono direttamente disponibili agli Enti preposti al controllo.<br />
Inoltre Futuris Aquilana in accordo con il Comune dell’Aquila si appresta a installare <strong>una centralina per il monitoraggio della qualità dell’aria</strong>. Questo permetterà alla Pubblica Amministrazione e ai cittadini di disporre dei dati di qualità dell’aria, di monitorare la situazione e di valutare gli eventuali rischi aggiuntivi per l’ambiente e la salute di chi vi abita, derivanti dall’esercizio della centrale.</p>
<p><strong>IL TELERISCALDAMENTO</strong></p>
<p>Per ottimizzare ulteriormente il livello di efficienza energetica, è inoltre stata prevista la cogenerazione di energia e calore per alimentare utenze civili ed industriali eventualmente interessate con energia termica.<br />
Su indicazione del Comune dell’ Aquila è in corso di sviluppo un progetto per la realizzazione di una rete di teleriscaldamento a servizio dell’ area industriale di Bazzano.</p>
<p><strong>CONCLUSIONE</strong></p>
<p>Rinnoviamo la nostra disponibilità a fornire ulteriori chiarimenti sul nostro progetto a tutti coloro che, con serenità e desiderio di approfondire, intendono confrontarsi con noi.  Crediamo che il progetto proposto, pur conservando la sua natura imprenditoriale e industriale, si collochi tra quegli investimenti produttivi sani e corretti capaci di portare importanti ricadute occupazionali con particolare riferimento al settore agricolo e un reale beneficio al territorio. Riteniamo che l’impianto possa costituire uno degli elementi di alto valore tecnologico, su cui sviluppare quella rete infrastrutturale che L’ Aquila può e deve riattivare con coscienza e convinzione in una prospettiva di sostenibilità concreta.</p>
<p>________________________</p>
<h5>(1) Modello realizzato dalla Earth Tech Inc. per conto del California Air Resources Board (CARB) e del U.S. Environmental Protection Agency (US EPA), un modello di dispersione non stazionario, che veicola i &#8220;puff&#8221; gaussiani di materiale emesso dalle sorgenti attraverso un approccio lagrangiano</h5>
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		<title>Impianto a biomasse di Bazzano: che si schierino le truppe!</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 10:39:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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di Gianluca Marcotullio, dottorando Università Tecnica di Delft, NL
A seguito della notizia dell’imminente costruzione di un impianto di produzione di energia elettrica da combustione di biomasse nel nucleo industriale di Bazzano, si schierano le truppe dei pro e dei contro. La discussione, come si registra spesso in questi casi, tende a gonfiarsi per poi scivolare e appiattirsi su posizioni polarizzate, dove esistono sempre due verità diverse e contrapposte (e dove l’unica possibilità per chi cerca di informarsi sembrerebbe quella di scegliere da che parte stare). Si rispolverano armamentari di formule ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/10/Deposito-biomasse1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2497" title="Deposito-biomasse1" src="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/10/Deposito-biomasse1.jpg" alt="" width="600" height="402" /></a></p>
<p>di Gianluca Marcotullio, dottorando Università Tecnica di Delft, NL</p>
<p>A seguito della notizia dell’imminente costruzione di un impianto di produzione di energia elettrica da combustione di biomasse nel nucleo industriale di Bazzano, si schierano le truppe dei pro e dei contro. La discussione, come si registra spesso in questi casi, tende a gonfiarsi per poi scivolare e appiattirsi su posizioni polarizzate, dove esistono sempre due verità diverse e contrapposte (e dove l’unica possibilità per chi cerca di informarsi sembrerebbe quella di scegliere da che parte stare). Si rispolverano armamentari di formule preconfezionate di accuse reciproche: da un lato i ragionamenti logico-deduttivi che partono dalle biomasse per arrivare alla distruzione del territorio, all’incenerimento dei rifiuti solidi urbani, alle diossine e ai tumori &#8211; ma non era meglio l’energia solare? Dall’altro i teorici dello sviluppo a tutti i costi, che se poi è anche sostenibile che volete di più?</p>
<p>È sempre latitante, da un lato e dall’altro, la volontà di fare chiarezza, di capire e di informare.</p>
<p>È evidente (si veda la breve descrizione tecnica di seguito) che un impianto di questo tipo prelevi risorse ingenti dal territorio e ponga anche delle questioni di natura ambientale. Naturalmente la legislazione esistente tutela i cittadini e l’ambiente imponendo il rispetto di vari parametri, ma a volte l’attenersi alle norme non è sufficiente a guadagnare la fiducia delle comunità interessate. Chi scrive è convinto che i promotori di questa iniziativa industriale lo facciano nel rispetto di tutte le normative vigenti, e che in un mercato liberalizzato l’iniziativa privata sia il motore del rinnovamento e vada rispettata e tutelata. Tuttavia, sempre chi scrive, ritiene anche che qualunque soggetto volesse accedere allo sfruttamento di un bene comune di grande importanza come il patrimonio boschivo e forestale, per di più attraverso processi tecnologici che, piaccia o no, pongono delle questione di carattere ambientale, debba in qualche modo rassicurare le comunità interessate con laute dosi di trasparenza e buone pratiche.</p>
<p>È pertanto lecito che la cittadinanza si ponga delle domande ed è assolutamente auspicabile che queste trovino risposte esaustive da parte degli enti preposti, nonché dai soggetti privati promotori dell’iniziativa!</p>
<p>Di seguito si esporranno alcune criticità ritenute importanti, con l’auspicio di stimolare chi di dovere a evadere tali questioni, e con il sentito augurio di instaurare così un rapporto di fiducia tra loro e i privati cittadini.</p>
<ul>
<li><strong>Per cominciare una piccola introduzione tecnica (facoltativa, e tanto per chiarire).</strong></li>
</ul>
<p>La centrale in costruzione (dalle informazioni fornite dai costruttori), è un impianto per la produzione di energia elettrica, utilizzante una tecnologia consolidata basata sullo sfruttamento di risorse rinnovabili quali, appunto, le biomasse. Trattasi di un impianto di dimensioni medio piccole, 5.5 MW “elettrici”, che fa sorridere se confrontato alle taglie di centrali tradizionali alimentate a gas naturale o carbone da 800-2000 MW, ma anche più piccolo rispetto a molte istallazioni alimentate a biomasse (ad esempio il progetto Powercrop ad Avezzano prevede una potenza istallata di 30 MW elettrici).</p>
<p>Dati tecnici: Il combustibile solido, quale ad esempio legno o residui dell’agricoltura, viene bruciato in una caldaia e il calore così prodotto viene utilizzato per produrre vapore acqueo sotto pressione che azionerà una turbina collegata ad un alternatore per la produzione di energia elettrica. I fumi generati dalla combustione vengono trattati prima di essere rilasciati in atmosfera allo scopo di abbattere il contenuto di inquinanti sotto dei livelli consentiti.</p>
<p>L’energia elettrica prodotta dall’impianto in questione sarebbe pari a circa 40 GWh l’anno che, sulla base dei consumi medi aquilani (ISTAT 2008), corrisponderebbe al fabbisogno annuo di circa 20 mila utenze domestiche (ovvero al fabbisogno domestico medio di circa 40 mila aquilani).</p>
<p>Oltre all’energia elettrica, impianti di questo genere si prestano alla co-generazione di calore per riscaldamento residenziale e/o per attività produttive. A fronte di una penalizzazione molto contenuta nel rendimento elettrico, tali impianti sono infatti in grado di fornire grandissime quantità di calore a medio-bassa temperatura. Tale pratica è più che auspicabile dal punto di vista energetico e anche conveniente da quello economico se le utenze non sono troppo distanti dall’impianto.</p>
<p>Dato il rendimento di conversione dichiarato dai costruttori (23,5%, nella media degli impianti termoelettrici di questa taglia), la materia prima necessaria per tale scopo è pari a circa 38 mila tonnellate annue di biomassa “secca”, poco più di 100 tonnellate giornaliere. (Dipendentemente dal tipo di biomassa e dal suo contenuto di umidità, la quantità di materiale conferito all&#8217;impianto può cambiare anche di molto. Alcuni tipi di legno possono infatti contenere fino al 45% di umidità, mentre ad esempio la paglia secca ne contiene circa il 5-10%).</p>
<ul>
<li><strong>Le criticità da evadere e i percorsi virtuosi auspicabili</strong></li>
</ul>
<p>L’energia prodotta dalla combustione di biomasse viene considerata rinnovabile dal legislatore, e pertanto avente diritto a forme di incentivazione pubblica. In effetti la fonte utilizzata, ad esempio la legna dei boschi, è rinnovabile per definizione, ma, si badi bene, le pratiche per il suo sfruttamento possono non esserlo. Va da sé che il disboscamento sfrenato non risponderebbe a nessun criterio di sostenibilità o di salvaguardia dell’ambiente. Il ciclo di produzione delle biomasse o lo sfruttamento del territorio sono infatti alcune tra le maggiori controversie legate alla produzione di energia da biomasse.</p>
<p>Dalle informazioni disponibili i gestori dell’impianto prevedono di utilizzare prevalentemente le risorse boschive abbondanti nel territorio, e in maniera minore residui agricoli. È certo che il Corpo Forestale dello Stato, gli enti parco (quando interessati) e le tante amministrazioni locali sono direttamente responsabili nel controllo dei prelievi di legno dai boschi, in modo che esso risponda ai criteri vigenti di sicurezza e salvaguardia del territorio. <strong>Tuttavia come cittadini gradiremmo avere evidenza delle risorse che si intendono sfruttare, della loro localizzazione, dell’intensità dello sfruttamento stesso, nonché degli accordi, laddove essi esistano, con i suddetti enti</strong>.</p>
<p>Detto questo, va anche ricordato che la creazione di una filiera in grado di sfruttare <strong>in maniera sostenibile</strong> le enormi risorse boschive presenti nel territorio, o di instaurare nuove produzioni agro-forestali su terreni ormai incolti, sarebbe un risultato ragguardevole nell’ottica di uno sviluppo sano dell’economia del territorio.</p>
<p>Viste le vicende giudiziarie regionali più recenti riguardo i comitati d’affari per lo smaltimento e l’incenerimento dei rifiuti, è più che comprensibile che in molti siano almeno preoccupati dalla definizione di biomasse. La preoccupazione è che in tale definizione si faccia rientrare un po’ di tutto, trasformando l’impianto in questione in una sorta di inceneritore di rifiuti solidi urbani, fanghi di depurazione e via dicendo. Questo sarebbe naturalmente inaccettabile. Anche essendo convinti che questa sia un’ipotesi poco realistica, <strong>non si sono registrate risposte chiare di smentita</strong>. E conoscendo la prolifica creatività italiana, <strong>attendiamo fiduciosi di ascoltare chiare posizioni in merito dall’amministrazione comunale e dalla società gestore dell’impianto (o più auspicabilmente impegni scritti), che scongiurino l’uso di combustibili derivanti da rifiuti urbani o industriali di alcun tipo, ma esclusivamente di materiale ligneo-cellulosico tal quale</strong>.</p>
<p>Un altro punto molto importante riguarda le <strong>emissioni in atmosfera</strong> dell’impianto. L’energia rinnovabile non è sempre “pulita”, e ogni processo di combustione è sempre accompagnato dalla produzione di inquinanti. Ovviamente vanno fatte delle distinzioni: il legno non è “sporco” come il carbone o i rifiuti solidi urbani, ma meno del gas naturale ad esempio. Nel caso specifico andrebbero tenute sotto controllo (e sono infatti regolate dalla legge) principalmente le emissioni gassose di polveri sottili (PM10), ossidi di azoto (NOx) e monossido di carbonio (CO). Considerando come esempio la produzione di polveri, stante il limite di concentrazione nei fumi di 10 mg/Nm3 imposto dalla legge, e considerando una produzione annua di fumi di circa 400 milioni di Nm3, la quantità di polveri rilasciata in atmosfera dall’impianto in questione sarebbe pari a circa 4 tonnellate annue. Considerando che le emissioni totali annuali di PM10 nella provincia dell&#8217;Aquila sono pari a circa 935 tonnellate annue (fonte: Inventario provinciale delle emissioni in atmosfera SINAnet, APAT, dati 2005) si può avere un’idea del contributo alla produzione di polveri nel territorio aquilano. Il discorso è analogo per gli altri inquinanti come NOx e CO. Anche essendo il contributo di emissioni non importantissimo a livello provinciale, l’impatto sulle zone in prossimità dell’impianto potrebbe comunque essere importante, richiedendo pertanto delle valutazioni accurate (considerando, poi, che sulla zona artigianale di Bazzano insistono insediamenti sportivo/ricreativi molto frequentati, oltre alle numerose attività produttive e zone residenziali).</p>
<p>Senza voler creare suggestioni incorrette (le polveri presenti in atmosfera sono, infatti, solo in parte prodotte dall’attività umana, e la loro concentrazione dipende da fattori piuttosto complessi) risulta evidentemente necessaria una stima a priori dell’impatto locale di queste emissioni attraverso l’utilizzo di opportuni modelli, nonché un <strong>controllo costante della qualità dell’aria in tali zone durante il funzionamento dell’impianto. Sarebbe pertanto auspicabile l’istallazione, in punti rilevanti, di centraline per il monitoraggio della qualità dell’aria i cui dati siano anche facilmente accessibili dalla popolazione</strong>. Il comune dell’Aquila risulta infatti poco provvisto di tali centraline di monitoraggio e potrebbe trovare in questa occasione un’opportunità per allinearsi alle migliori pratiche nazionali (a L’Aquila, soltanto dal 2007, esiste una singola centralina, con una media quindi 1,4 per 100.000 abitanti. La media italiana è 2,3, a Pescara è 4,9. Fonte: Indicatori ambientali ISTAT, 2009). Se tali centraline rilevassero superamenti dei limiti di concentrazione di inquinanti troppo frequenti rispetto agli standard consentiti dalla legge, o concentrazioni medie troppo alte, si renderebbero necessari degli interventi di potenziamento dei sistemi di abbattimento degli inquinanti nei fumi.</p>
<p>Riguardo l’ottimizzazione nello sfruttamento energetico delle risorse impiegate, <strong>sarebbe auspicabile un significativo ricorso alla cogenerazione di calore</strong>, e alla sua distribuzione attraverso reti di teleriscaldamento alle utenze situate nelle vicinanze. Tale prelievo di calore comporterebbe penalizzazioni minime in termini di rendimento elettrico dell’impianto, ma consentirebbe d’altra parte un risparmio ingente di combustibile altrimenti usato dalle utenze in questione. Tale pratica consentirebbe pertanto risparmi economici rilevanti e notevoli vantaggi ambientali mitigando parzialmente l’impatto ambientale dell’impianto stesso (ancor di più considerando che il nucleo industriale di Bazzano sud non è collegato alla rete di distribuzione di gas naturale, ricorrendo nella maggior parte dei casi al gpl). In questo senso si auspica il massimo impegno da parte del gestore.</p>
<p>Il Consorzio per lo sviluppo del nucleo industriale, dovrebbe poi tenere in conto tale possibilità nell’orientare la futura localizzazione <strong>delle attività con alti consumi di calore nelle immediate vicinanze dell’impianto</strong>.</p>
<ul>
<li><strong>In conclusione</strong></li>
</ul>
<p>L’istallazione di impianti di tal genere non va certo sottovalutata dal punto di vista ambientale fermandosi alle facili etichette di energia “verde” o “pulita”. La formazione di una coscienza ambientale collettiva consapevole del bilancio tra rischi e vantaggi, e il modo in cui questi rischi vengano mitigati, è un passo fondamentale per la loro accettazione.</p>
<p>D’altra parte essi offrono occasioni di sviluppo attraverso lo sfruttamento di risorse ambientali abbondanti nel territorio ma di fatto inutilizzate. Saper accogliere consapevolmente tali iniziative, e i vantaggi che indubbiamente ne derivano, è anche tra le responsabilità di una comunità.</p>
<p>Questi sono i dati su cui riflettere, chiedere chiarimenti e magari protestare. Le raccolte di firme di pro e contro, così come le suggestioni da caccia alle streghe, portano poco lontano e certamente non contribuiscono a formare una coscienza ambientale informata e consapevole. Meno che mai contribuiscono a una qualsiasi forma di sviluppo.</p>
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		<title>“Chiù PIL per tutti!”</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Oct 2010 12:29:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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&#8230;ovvero l’economia abruzzese alla ricerca del valore perduto. (di Alberto Bazzucchi, ricercatore)
Il comunicato dell’Istat del 28 settembre scorso parla chiaro: il Pil dell’Abruzzo tra il 2009 e il 2008 si è ridotto del 7% circa in termini reali, cioè calcolato ai prezzi del 2000. Il capitombolo più grande tra le regioni italiane. Rispetto all’anno di picco, il 2007, la caduta in valore assoluto è stata pari a quasi 2 miliardi di euro. Questo ci ha fatto tornare praticamente ai livelli del 1999, cioè a dieci anni fa. E poiché in ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2009/12/MG_9120.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1506" title="_MG_9120" src="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2009/12/MG_9120.jpg" alt="" width="600" height="400" /></a></p>
<p>&#8230;ovvero l’economia abruzzese alla ricerca del valore perduto. (di Alberto Bazzucchi, ricercatore)</p>
<p>Il comunicato dell’Istat del 28 settembre scorso parla chiaro: il Pil dell’Abruzzo tra il 2009 e il 2008 si è ridotto del 7% circa in termini reali, cioè calcolato ai prezzi del 2000. Il capitombolo più grande tra le regioni italiane. Rispetto all’anno di picco, il 2007, la caduta in valore assoluto è stata pari a quasi 2 miliardi di euro. Questo ci ha fatto tornare praticamente ai livelli del 1999, cioè a dieci anni fa. E poiché in questo decennio l’economia dell’Abruzzo è cresciuta in media ogni anno dello 0,2% questo significa che, se fosse confermata tale tendenza, per tornare ai livelli del 2007 ci vorrebbero quasi cinquant’anni.</p>
<p>L’effetto reale più immediato della crisi internazionale è consistito nella distruzione di aziende e posti di lavoro specialmente a medio-basso valore aggiunto. Come ha detto Michele Boldrin in un post su <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Due_o_tre_cose_di_politica_economica?fb=keywords" target="_blank">Noisefromamerika</a>: “Per questi beni e servizi la domanda è diminuita per sempre”.</p>
<p>I mezzi di trasporto stanno all’Abruzzo come la remora alla sua balena. Anche per questo settore, tuttavia, le notizie non sono rassicuranti: gli aiuti messi in campo dai Governi possono supportare le aziende ad affrontare la crisi nel breve periodo, ma rischiano di “rallentare il processo di razionalizzazione e riduzione della sovrapproduzione necessari per consentire il riposizionamento delle aziende nel mercato del futuro” (<a href="http://www.standardandpoors.com/ratings/articles/en/us/?assetID=1245214826854" target="_blank">http://www.standardandpoors.com/ratings/articles/en/us/?assetID=1245214826854</a>). Gli incentivi ed i sussidi pubblici possono generare un aumento ingannevole della domanda di ieri ed un crollo della domanda di oggi ma il gioco di prestigio finisce qua. Non possono generare una domanda elevata e persistente nel tempo. Dunque si rivelerebbero inutili. L’Abruzzo ha perduto 24 mila occupati nel 2009, di cui 7 mila nella sola industria in senso stretto, e continua a perderne parecchi anche nei primi sei mesi di quest’anno. Il calo subito nel comparto industriale è stato il più pesante tra le regioni italiane.</p>
<p>Quali scelte hanno determinato questa situazione? Quali la possano modificare? Globalizzazione per noi, per noi italiani in questo caso, ha significato soprattutto due cose: a) certi prodotti non li vuole più nessuno o altri li fanno meglio di noi, dunque occorre farne altri; b) siccome i valori delle nostre attività sono crollati siamo più poveri di quanto pensavamo, dunque la nostra capacità di spesa si è affievolita. Le nostre prospettive di crescita del reddito sono grigie e più passa il tempo più si anneriscono perché si avvitano intorno ad aspettative che più negative non si può. Questo a livello sociale ha generato annichilimento e, soprattutto, precarietà. Il superamento di quest’ultima <a href="http://www.video.mediaset.it/video/iene/interviste/182132/lucci-nichi-vendola.html#tc-s1-c2-o1-p1" target="_blank">Nichi Vendola</a> l’ha collocato al primo posto delle cose da fare. Altri chiamano il problema “ritorno alla crescita”. Dicono esattamente la stessa cosa anche se nel secondo modo si perde l’appeal del vocabolario “di sinistra”.</p>
<p>Per crescere è necessario trovare cose da produrre che altri desiderano e bisogna fabbricarle meglio degli altri. Poi bisogna anche esporle adeguatamente e venderle ma, insomma, farle bene è già metà dell’opera. Occorre, insomma, che la nostra industria si ristrutturi, si riorganizzi, si rinnovi, si riconverta, con notevoli spostamenti di lavoro da un settore all’altro e iniezioni massicce di innovazione, sia in fabbrica sia nella società. I dati più recenti mostrano come i paesi avanzati che meglio hanno colto le opportunità offerte dal nuovo paradigma tecnologico e dall’integrazione dei mercati mondiali sono quelli che hanno puntato a sviluppare le fasi di ricerca e sviluppo di nuovi prodotti, del design, dei servizi di marketing, della logistica. Fino al secolo scorso l’organizzazione della produzione di beni e servizi si è basata sul risparmio di lavoro o sul suo “sfruttamento”, standardizzando comportamenti e risultati. L’obiettivo era prevalentemente ottenere, dato un certo livello dei prezzi, forti economie di scala. Oggi le basi materiali e logistiche della produzione continuano a contare ma non sono queste che generano le differenze di valore. La competizione si farà sempre più sulla produzione di significati e di standard.</p>
<p>Prendiamo l’iPod. La Apple ha utilizzato per lo più soluzioni tecniche già presenti nel mercato. L’idea di fondo è stata quella di connetterle fornendo una varietà di funzioni e di combinazioni che ampliano esponenzialmente il valore che il consumatore può attribuire loro. Un recente articolo pubblicato dal Personal Computing Industry Center dell’Università della California mette in discussione alcuni luoghi comuni sulle origini della competitività e sulla nuova divisione internazionale del lavoro (<a href="http://escholarship.org/uc/item/2qd206g1;jsessionid=CD6230733843B37B7E1BAB45C6FF0B0B" target="_blank">Capturing value in a Global Innovation network: a comparisno of radical and incremental innovation</a>).</p>
<p>Se si scompone la filiera produttiva di uno dei prodotti più venduti della Apple (iPod video 30GB, anno 2005) esso risulta costituito da 451 componenti. Le componenti più importanti assorbono quasi il 90% del costo totale di fabbricazione secondo uno schema di questo tipo:</p>
<ol>
<li>Hard disk 50%</li>
<li>Display 16%</li>
<li>Processori 9%</li>
<li>Batteria 2%</li>
<li>Memoria 2%</li>
<li>Box 2%</li>
</ol>
<p>Il costo delle componenti di supporto a quelle principali pesa appena l’11% del totale. L’assemblaggio (5% dei costi) avviene completamente all’esterno (Taiwan o Cina) mentre la Apple si è specializzata nella gestione di una rete globale composta da migliaia di sviluppatori e fornitori. Un fenomeno che ha investito in maniera del tutto simile anche i produttori italiani di tessile e abbigliamento. La somma totale dei costi di produzione di un iPod ammonta a circa 148$ ai quali si devono aggiungere la remunerazione del distributore (30$) e quella del venditore al dettaglio (15% del prezzo finale, cioè 45$). Considerando un prezzo al pubblico di 299$ alla Apple restano in cassa 76$. Quando è la Apple stessa ad occuparsi della distribuzione, attraverso i propri negozi oppure online, il suo margine sale del 45%. Dunque un primo elemento su cui riflettere è il seguente: nelle filiere globali (e noi ci troviamo nella necessità di considerare filiere globali e non l’asfittico perimetro locale) il valore è attratto dalle attività che si svolgono a monte della produzione (ricerca, concezione del prodotto, design) e da quelle a valle (distribuzione del prodotto, contatto con il cliente finale).</p>
<p>Poi, esiste un altro ordine di considerazioni che riguarda il valore prodotto dal punto di vista della sua distribuzione geografica. Un articolo redatto dagli stessi autori di quello precedente (<a href="http://escholarship.org/uc/item/1770046n" target="_blank">Who captures value in a global Innovation System? The case of Apple’s iPod</a>) ci racconta che posto pari a 100 il valore di un iPod le imprese statunitensi ne “catturano” quasi la metà mentre solo il 2% del suo prezzo di vendita finale arriva al paese produttore del manufatto fisico. Lo schema è il seguente:</p>
<p><a href="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/10/tabella-PIL.png"><a href="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/10/tabella-PIL1.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-2493" title="tabella PIL" src="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/10/tabella-PIL1.png" alt="" width="600" height="245" /></a><br />
</a></p>
<p>Per chi voglia vederla in maniera teorica si potrebbe dire così: in un mondo in cui i fattori della produzione si muovono tutti e possono farlo liberamente i “vantaggi comparati” diventano endogeni. In altri termini, essi possono essere decisi a tavolino, possono essere influenzati dalle “politiche”. Se le “politiche” riescono a rendere profittevoli i costi fissi di localizzazione i fattori mobili (quelli decisivi: capitale, know-how, tecnologia, lavoro altamente specializzato) sono attratti e determinano vantaggi comparati nelle produzioni che essi controllano. Se questa attrazione non si innesca ci si deve rassegnare a produrre le solite cose. Invece di rincorrere i settori, fiscalità di vantaggio, incentivi di varia natura e genere è probabile che l’Abruzzo debba concentrarsi con più lena su discussioni di questo tipo piuttosto che su altre. Dovremmo avere politici e dirigenti con la giusta testa e buone gambe per rincorrere nel mondo, non fuori porta, questo tipo di catene del valore. Per un sistema come quello aquilano, che esporta appena il 18% di quello che produce, questa è diventata una opzione indispensabile e indifferibile. Per evitare una catastrofe vera non la puzzetta del terremoto.</p>
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		<title>JUNKSPACE &#8211; uno sguardo sul territorio aquilano</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 10:33:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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In occasione della 10ma edizione di FotoGrafia Festival Internazionale di Roma, s.t. foto libreria galleria presenta il lavoro di Antonio Di Cecco JUNKSPACE uno sguardo sul territorio aquilano. La mostra fa parte del più ampio progetto di documentazione sul territorio abruzzese che Antonio Di Cecco svolge dall’indomani del terremoto che nell’aprile del 2009 ha stravolto il tessuto urbano e sociale della sua città natale. Sin da quando ha iniziato a guardare sistematicamente il mondo attraverso la lente della macchina fotografica Antonio Di Cecco ha posto come elemento centrale della sua ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/09/flyer2.jpg"></a><a href="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/09/flyer21.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2472" title="flyer2" src="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/09/flyer21.jpg" alt="" width="600" height="1000" /></a></p>
<p>In occasione della 10ma edizione di FotoGrafia Festival Internazionale di Roma, s.t. foto libreria galleria presenta il lavoro di <a href="http://www.contrastiurbani.it/index_cu2.html" target="_blank">Antonio Di Cecco</a> JUNKSPACE uno sguardo sul territorio aquilano. La mostra fa parte del più ampio progetto di documentazione sul territorio abruzzese che Antonio Di Cecco svolge dall’indomani del terremoto che nell’aprile del 2009 ha stravolto il tessuto urbano e sociale della sua città natale. Sin da quando ha iniziato a guardare sistematicamente il mondo attraverso la lente della macchina fotografica Antonio Di Cecco ha posto come elemento centrale della sua visione l&#8217;interazione tra architettura e paesaggio e la ricognizione sui luoghi forti della memoria collettiva. Elementi questi che si ritrovano anche in questo progetto per la cui realizzazione Antonio Di Cecco ha monitorato la distruzione del centro storico del capoluogo abruzzese e delle zone limitrofe, partecipando attivamente a quella ricognizione sul terreno che ha visto attivi la gran parte dei fotografi italiani, giovani e meno giovani, e che si può definire il laboratorio visivo L’Aquila [...]</p>
<p>Per maggiori info collegati al sito di &#8220;<a href="http://www.stsenzatitolo.it/content/antonio-cecco" target="_blank">s.t. foto libreria galleria</a>&#8221;</p>
<p>Si ringraziano per l&#8217;organizzazione dell&#8217;evento:</p>
<table border="0" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td><center><a href="http://www.stsenzatitolo.it/" target="_blank"><img class="aligncenter size-full wp-image-2475" title="st_logo" src="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/09/st_logo.gif" alt="" width="206" height="208" /></a></center></td>
<td><center><a href="http://www.digida.net/" target="_blank"><img class="aligncenter size-full wp-image-2476" title="digid_alogo" src="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/09/digid_alogo.jpg" alt="" width="206" height="115" /></a></center></td>
</tr>
</tbody>
</table>
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		<title>C99 alla biennale di Architettura di Venezia</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 10:47:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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I giovani tecnici aquilani interverranno all’interno del convegno internazionale “L’AQUILA 2010. Luogo, identità, etica, ricostruzione” promosso da fuori_vista insieme con la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia e Laguna che si terrà il 28 agosto 2010 presso il Palazzo Ducale di Venezia.
L’Aquila – Marco Morante, presidente del Collettivo 99, gruppo di giovani tecnici aquilani costituitosi all’indomani del sisma del 6 aprile 2009 con l’intento di lavorare ad un masterplan per la ricostruzione della città, prenderà parte al convegno internazionale “L’AQUILA 2010. Luogo, identità, etica, ricostruzione” promosso da ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/08/invito_convegno.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2454" title="invito_convegno" src="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/08/invito_convegno.jpg" alt="" width="600" height="400" /></a></p>
<p><em>I giovani tecnici aquilani interverranno all’interno del convegno internazionale “L’AQUILA 2010. Luogo, identità, etica, ricostruzione” promosso da fuori_vista insieme con la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia e Laguna che si terrà il 28 agosto 2010 presso il Palazzo Ducale di Venezia.</em></p>
<p>L’Aquila – Marco Morante, presidente del Collettivo 99, gruppo di giovani tecnici aquilani costituitosi all’indomani del sisma del 6 aprile 2009 con l’intento di lavorare ad un masterplan per la ricostruzione della città, prenderà parte al convegno internazionale “<strong>L’AQUILA 2010. Luogo, identità, etica, ricostruzione</strong>” promosso da fuori_vista insieme con la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia e Laguna che si terrà il 28 agosto 2010 presso il Palazzo Ducale di Venezia nell’ambito degli eventi di Sismcity, uno spazio in programma per la Biennale di Architettura dedicato alla realtà aquilana.</p>
<p>Gli altri relatori: <strong>Angelo Scola</strong>, Patriarca di Venezia; <strong>Massimo Cacciari</strong>, Filosofo (Università San Raffaele Milano) <strong>Roberto Riga</strong>; Assessore all’urbanistica, edilizia e protezione civile del Comune dell’Aquila; <strong>Ettore Di Cesare</strong> del Comitato 3e32; <strong>Giampiero De Santis</strong>, del comitato Ara, <strong>Claudio Modena</strong> di ReLuis impegnata nella ricostruzione aquilana. A moderare la giornata saranno l’architetto <strong>Andrew Hopkins</strong>, storico dell’architettura (Università de L’Aquila) e l’architetto <strong>Margherita Vanore</strong> (Università IUAV, Venezia).</p>
<p>Nel loro intervento i giovani tecnici passeranno brevemente in rassegna il lavoro svolto negli ultimi 17 mesi e torneranno a porre l’accento su quelli che, fin dalle prime settimane post sisma, erano stati individuati come caratteri imprescindibili per la ricostruzione e punti cardine del progetto, Riconversione oltre la <strong>Ricostruzione</strong> lanciato all’indomani del 6 aprile 2009 da Collettivo99 per L’Aquila. Riconversione tendente all’autosufficienza energetica ecosostenibile, <strong>progetto di processo</strong> che renda città anche la lunga fase di cantiere, reversibilità oltre le opere provvisionali donando “adattabilità”; <strong>costellazione di innesti</strong> come strategia di intervento per punti e veicolo di nuova estetica, <strong>città-campagna</strong> puntando al superamento della loro deleteria distinzione ed all’autosufficienza alimentare della filiera corta) portano con sé concetti scelti tendenziosamente nella enorme complessità post-sismica e ritenuti capaci di riassumere virtù minime inderogabili di contemporaneità dalle accettabili, seppur remote, potenzialità attuative.</p>
<p>Oltre a descrivere il proprio lavoro, il rappresentante del Collettivo99 non mancherà di denunciare le criticità rilevabili al momento: “Ad oggi, agosto 2010, L’Aquila è priva di un piano di ricostruzione, manca quasi del tutto la partecipazione della cittadinanza e l’unica esperienza discutibilmente esportabile del “modello L’Aquila” è il progetto C.A.S.E. oltre all’incredibile presa di coscienza della cittadinanza e dei Comitati Cittadini, esempio quest’ultimo che si spera riesca a contagiare il resto del Paese”.</p>
<p>Verrà poi rinnovato l’auspicio per la “nascita” di una rete diffusa ed internazionale, portatrice della grande operazione culturale che tutte le cittadinanze attive aquilane stanno faticosamente proponendo, affinché possa al più presto divenire l’incubatore, a L’Aquila e per L’Aquila, della Silicon Valley della creatività e della sostenibilità.</p>
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		<title>L’AQUILA 2010 &#8211; luogo, identità, etica, ricostruzione.</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Aug 2010 13:20:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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Convegno internazionale promosso da fuori_vista insieme con la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia e Laguna.
28 agosto 2010
Salone del Piovego, Palazzo Ducale, Venezia
Programma del convegno:
Inizio lavori: ore 09.30 / Conclusione ore 16.00.
Apertura Lavori:

Renata Codello, Soprintendente, Venezia.
Daniele Stival, Assessore Protezione Civile Regione Veneto.

Relatori:

Angelo Scola, Patriarca di Venezia.
Massimo Cacciari, Filosofo (Università San Raffaele Milano).
Roberto Riga, Assessore all’urbanistica, edilizia e
Protezione Civile, Comune dell’Aquila.
Marco Morante e Maura Scarcella, Collettivo 99, L’Aquila.
Ettore Di Cesare, Comitato 3e32, L’Aquila.
Giampiero De Santis, ARA, L’Aquila.
Claudio Modena, ReLuis.
Robert Hammond, Architetto (Highline Project, NewYork).
Giovanna Calvenzi, Photoeditor (RCS).
Susanna Tartaro, ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/08/invito_convegno.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2454" title="invito_convegno" src="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/08/invito_convegno.jpg" alt="" width="600" height="400" /></a></p>
<p>Convegno internazionale promosso da <a href="mailto:fuori_vista@fastwebnet.it"><strong>fuori_vista</strong></a> insieme con la<strong> Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia e Laguna</strong>.</p>
<p><em>28 agosto 2010</em></p>
<p>Salone del Piovego, Palazzo Ducale, Venezia<span id="more-2453"></span></p>
<p><strong>Programma del convegno:</strong></p>
<p>Inizio lavori: ore 09.30 / Conclusione ore 16.00.</p>
<p>Apertura Lavori:</p>
<ul>
<li><strong>Renata Codello</strong>, Soprintendente, Venezia.</li>
<li><strong>Daniele Stival</strong>, Assessore Protezione Civile Regione Veneto.</li>
</ul>
<p>Relatori:</p>
<ul>
<li><strong>Angelo Scola</strong>, Patriarca di Venezia.</li>
<li><strong>Massimo Cacciari</strong>, Filosofo (Università San Raffaele Milano).</li>
<li><strong>Roberto Riga</strong>, Assessore all’urbanistica, edilizia e</li>
<li><strong>Protezione Civile</strong>, Comune dell’Aquila.</li>
<li><strong>Marco Morante</strong> e <strong>Maura Scarcella</strong>, Collettivo 99, L’Aquila.</li>
<li><strong>Ettore Di Cesare</strong>, Comitato 3e32, L’Aquila.</li>
<li><strong>Giampiero De Santis</strong>, ARA, L’Aquila.</li>
<li><strong>Claudio Modena</strong>, ReLuis.</li>
<li><strong>Robert Hammond</strong>, Architetto (Highline Project, NewYork).</li>
<li><strong>Giovanna Calvenzi</strong>, Photoeditor (RCS).</li>
<li><strong>Susanna Tartaro</strong>, direttrice di Fahrenheit (Radio 3).</li>
</ul>
<p>Dibattito moderato da:</p>
<ul>
<li><strong>Andrew Hopkins</strong>, Storico dell’Architettura (Università de L’Aquila)</li>
<li><strong>Margherita Vanore</strong>, Architetto (Università IUAV, Venezia)</li>
</ul>
<p><a href="http://www.collettivo99.org/site/wp-content/uploads/2010/08/std-invito-convegno.pdf" target="_blank">Scarica l&#8217;invito</a>.</p>
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