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L’Aquila 1703-2009: terremoti a confronto

7 July 2009 8,688 Views 7 Comments

Foto di Antonio Di Cecco.

“Circa le due ore della notte, giorno di domenica li 14 gennaio 1703 fù così terribile terremoto, che si credè essere già la vigilia del giorno del giudizio universale…a quella sera seguì il moto continuo della terra per quarantotto ore di moto che fù forzata ogni persona uscir fuori in campagna con lasciare la casa e le sue robe in abbandono per salvare la propria vita. E fra le dette quarantotto ore vi furono quasi ad ogni ora scosse di terra che pare volesse aprirsi. Passate le quarantotto ore, ogni giorno si fecero sentire altre scosse con così grave timore che ognuno aveva la morte davanti gli occhi e seguitarono notte e giorno dedicato alla B. vergine Maria…” (Giovannantonio Petroni, 14-gennaio 1703).

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Numerose sono le similitudini che emergono dal confronto degli eventi sismici verificatisi nel territorio aquilano rispettivamente nel 1703 e nel 2009, tanto da arrivare a parlare di “terremoti gemelli”. Oltre alle considerazioni prettamente tecniche (sciame sismico che ha preceduto le scosse di maggiore intensità e perdurare dello stesso per numerosi giorni, attivazione dei medesimi segmenti di faglia, ecc.), grazie a numerosi documenti tra i quali non si può non citare la puntuale descrizione stilata dall’Antinori, è possibile confrontare i danni subiti dal patrimonio storico-artistico riferendoci nello specifico alla città ricompresa nell’antica cinta muraria.
Dall’analisi delle fonti risulta lampante che le zone maggiormente colpite dai due fenomeni sismici coincidono in maniera inquietante. Tra le aree più colpite c’è senza dubbio quella compresa tra Palazzo Carli e Piazza San Pietro, inclusa la chiesa stessa, che ha subito notevoli danni nel torrione laterale ed in facciata, unitamente a tutti i palazzi i cui fronti principali insistono sulla predetta piazza. Procedendo verso nord-est numerosi crolli si trovano nel tessuto edilizio localizzato tra piazza San Silvestro con la chiesa omonima e Palazzo Branconio, e Piazza Santa Maria Paganica con la chiesa completamente rimaneggiata e il Palazzo Ardinghelli. Quasi interamente colpita dai fenomeni tellurici sia nel 1703 che nei più recenti del 2009, è la porzione di centro storico che ruota intorno alle piazze principali della città: Piazza Duomo, Piazza Palazzo, Piazza Santa Giusta, San Marciano, Santa Maria di Roio. Quasi nessun edificio è rimasto illeso, nel migliore dei casi si trovano lesioni di entità minore, fino ad arrivare a situazioni di crollo parziale e totale.
In ultimo è inevitabile menzionare il luogo divenuto simbolo del sisma del 6 aprile 2009 grazie all’attenzione riservatagli dai mass-media e cioè Piazza della Prefettura con le chiese di San Marco, Sant’Agostino e tutto il tessuto fatto di edifici residenziali, direzionali e commerciali che lo rendevano uno dei poli intorno ai quali gravitava la vita sociale degli aquilani. Meno colpita nel 1703, forse solo perché meno edificata, risulta la zona a ridosso di Via XX Settembre, invece tragicamente interessata dagli ultimi eventi.

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Come si è sentito dire spesso in questi giorni, la storia si ripete ma è doveroso andare oltre. La memoria deve esserci di monito: se è vero che non si possono evitare calamità naturali di questo genere, è altrettanto vero che si possono mettere in atto una serie di provvedimenti che consentono di limitare i danni e mitigare gli effetti, senza abbandonarsi a tanto facili quanto inutili considerazioni fatalistiche spesso accompagnate da un “comodo” sentimento di impotenza.
Le stratificazioni di oltre settecento anni di storia hanno dato alla città, edificata come vuole una legenda cara agli aquilani dagli abitanti di 99 castelli, un aspetto originale ed un carattere irripetibile che se ad un primo impatto potrebbe apparire severo e scontroso, ad uno sguardo più attento si mostra nobile e gentile. Un volto che trova la sua identità nel complesso e articolato tessuto edilizio costellato di emergenze architettoniche (chiese, palazzi, fontane, ecc.), interrotto da spazi urbani connessi da pochi percorsi principali e numerosi “sdruccioli”, che estrinseca il proprio valore nel suo essere un intero e non una semplice somma di edifici che si possono aggiungere o sottrarre a seconda del gusto e delle esigenze. Un tessuto che in ogni suo elemento testimonia una società, un modo di vivere, una “aquilanità” che è “sostanza personale, temperia morale e civile fatta di orgoglio e fierezza”.
È dunque nostro compito trasmettere al futuro questa eredità. Le Linee Guida per la valutazione e riduzione del rischio sismico del patrimonio culturale (2006) rappresentano uno strumento imprescindibile cui è necessario associare una sensibilità e una conoscenza specifica delle antiche tecniche costruttive.
La salvaguardia del patrimonio culturale significa soprattutto prevenzione, e se nelle Linee Guida si parla di miglioramento del comportamento delle fabbriche storiche nei confronti del sisma piuttosto che di adeguamento, non si deve commettere l’errore di interpretare questo atteggiamento come una rinuncia. Al contrario, lo si deve valutare come una presa di coscienza che rappresenta la prima forma di tutela per raggiungere elevati livelli di sicurezza con idonei interventi che contemperino i diversi aspetti della conoscenza evitando la pedissequa e acritica applicazione di norme.
Solo elaborando progetti coscienti degli errori commessi in passato e proponendo interventi rispettosi dei valori intrinseci che ogni edificio storico porta in sé, ma allo stesso tempo denunciati e non timorosi, si può riconvertire una città ferita e offesa regalandole una nuova veste fatta di preesistenze e di innovazioni che dialogano in armonia e che consentono di ritornare ad una quotidianità cosi improvvisamente e drammaticamente interrotta.

Di Simona Rosa (articolo pubblicato sulla rivista MU6, n.13)

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Stralcio del centro storico di L’Aquila con evidenziate le zone colpite dai fenomeni sismici del 1703 e del 2009

7 Comments »

  • FR:D said:

    Forse abbiamo dimenticato di saper guardare al passato, prevenire significa anche guadagnare, un tumore lo si prende in tempo per salvare il corpo intero, non allo stato terminale.
    Qualcuno sa darmi notizie delle grotte sotto l’edificato storico? Hanno un influenza su eventuali cantieri di palazzi che hanno subito (o avranno con la ricostruzione) delle sopraelevazioni?

  • Alberto said:

    Sapete che danni subì e di quale entità nel 1703 il castello dell’Aquila ?

  • Simona said:

    Il terremoto del 1703 non ha provocato danni al forte aquilano. Sono state le aggiunte e le sopraelevazioni del XIX secolo, nonchè i “pesanti restauri” più recenti, che hanno modificato la struttura indebolendola rispetto alle sollecitazioni sismiche..la storia insegna..

  • FR:D said:

    si spera che stavolta la storia insegni veramente. il forte come altri edifici oggi dovrebbere vedere interventi di de-restauro.

  • Andrei said:

    La presenza di grotte al di sotto dell’edificato nella zona di via XX settembre compresa tra via Campo di Fossa e via Sant’Andrea è facilmente osservabile per la presenza di profondissime voragini che qui si sono aperte nelle strade. Se questa situazione sia stato o meno responsabile dei numerosi crolli è oggetto di indagini che dovranno accertare cause e responsabilità. Un vero progetto di ricostruzione della città dell’Aquila dovrà comunque confrontarsi con gli errori del passato e ripianificare il tessuto urbano anche e soprattutto in funzione alle caratteristiche del territorio, potendo arrivare in alcuni casi a decidere di non ricostruire affatto in determinate zone che presentino elevati rischi geologici come grotte o linee di faglia.

  • Andrea said:

    In passato non era raro si aprissero delle voragini in via XX settembre. Segnalo questo articolo su Abruzzo24Ore: http://www.abruzzo24ore.tv/news/Si-costruiva-anche-sulle-antiche-cave/12011.htm.

    Ciao Andrea

  • Marietta Hoevel said:

    ( ” Un tessuto che in ogni suo elemento testimonia una società, un modo di vivere, una “aquilanità” che è “sostanza personale, temperia morale e civile fatta di orgoglio e fierezza”.
    È dunque nostro compito trasmettere al futuro questa eredità. ”

    A parte questo compito, al quale perfettamente pare corrispondere la stessa richiesta metaforicamente espressa e contenuta e già materializzata nella già compiuta realizzazione
    della scultura in
    Piazza Duomo … )

    Ammesso che:

    ” Le Linee Guida per la valutazione e riduzione del rischio sismico del patrimonio culturale (2006) rappresentano uno strumento imprescindibile cui è necessario associare una sensibilità e una conoscenza specifica delle antiche tecniche costruttive. ”

    e che:

    ” La salvaguardia del patrimonio culturale significa soprattutto prevenzione,” … e ” tutela per raggiungere elevati livelli di sicurezza con idonei interventi ” …

    vorrei raccomandare di rivolgere massima attenzione da subito
    anche alle seguenti problematiche, che emergono tra le righe,
    e non solo, in quei due ‘punti’ riportati qui di
    seguito:

    7. Infrastrutture e territorio. Un problema snobbato dagli architetti?

    ” Sembra piuttosto che il “problema” snobbi gli architetti. Il “ problema” è il complesso e strutturato sistema con cui in Italia viene lanciato, organizzato, progettato e realizzato un intervento infrastrutturale. In nessuna fase di questo percorso è in Italia prevista la presenza della figura dell’architetto o dell’architetto paesaggista. Soprattutto non si utilizza il suo punto di vista nella fase più delicata, quella degli studi di fattibilità e preliminari – fasi in cui è indispensabile cogliere il significato dell’intervento nelle dinamiche di trasformazione dei territori in un approccio tridimensionale e sensibile ai valori relazionali in gioco. Normalmente in questi casi compaiono valutazioni di routine di impatto ambientale con l’eventuale indicazione delle mitigazioni o compensazioni da introdurre. Una progettazione complessa dell’infrastrutture è evidentemente altra cosa. Gli architetti in questi anni, in verità, appaiono sempre più interessati al tema – lo testimoniano alcune buone pubblicazioni; diversi numeri delle più importanti riviste di settore; numerose tesi di dottorato; corsi di progettazione e lauree -. Vero è che questo eventuale intervento degli architetti viene visto con diffidenza dai settori che abitualmente presidiano questo campo – così cruciale per il disegno dei territori – e che non incoraggiano l’unica seria possibilità: l’apertura, nel progetto infrastrutturale, di procedure diverse di carattere multidisciplinare e multiscalare. Segnali positivi vengono dalla disponibilità di un ente come ANAS a verificare queste opportunità intanto con il finanziamento di un Master ( con le Facoltà di Torino, Venezia, Pescara e Palermo) dal titolo, appunto,“ Architettura della strada”. ”

    8. L’università italiana…la consiglieresti? E se si in quale città? E a Pescara?

    Nei casi migliori la formazione presso le università italiane prepara ad affrontare – in modo problematico e quindi efficace – i temi del progetto contemporaneo come progetto complesso. Si può verificare con i buoni risultati di molti dei nostri laureati all’estero. Ma questo avviene attraverso una notevole capacità dei singoli di attraversare le mille difficoltà dell’assenza di strutture, di arretratezza e incoerenza dei programmi formativi, assenza di collegamento con gli aspetti più innovativi della ricerca internazionale. Alcune sedi, specialmente di media dimensione, stanno ben operando per superare queste difficoltà – per quanto è possibile in un quadro istituzionale confuso e negativo -. Pescara, particolarmente per alcune linee di ricerca e formazione, è tra queste.

    ‘punti’ prelevati da:
    http://www.prestinenza.it/articolo.aspx?id=195

    ( concluderei anch’io in questo modo:

    20. Tre parole oggi importanti ( ? )

    ” Democrazia urbana – Forma pubblica – Processo aperto ” )

    segnalo ancora evento:
    L’Aquila Anno1: SPAZI APERTI per una AGENDA AQUILANA
    ovvero: http://abruzzo.indymedia.org/article/7409

    Marietta Hoevel

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