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“Chiù PIL per tutti!”

3 October 2010 2,482 Views No Comment

…ovvero l’economia abruzzese alla ricerca del valore perduto. (di Alberto Bazzucchi, ricercatore)

Il comunicato dell’Istat del 28 settembre scorso parla chiaro: il Pil dell’Abruzzo tra il 2009 e il 2008 si è ridotto del 7% circa in termini reali, cioè calcolato ai prezzi del 2000. Il capitombolo più grande tra le regioni italiane. Rispetto all’anno di picco, il 2007, la caduta in valore assoluto è stata pari a quasi 2 miliardi di euro. Questo ci ha fatto tornare praticamente ai livelli del 1999, cioè a dieci anni fa. E poiché in questo decennio l’economia dell’Abruzzo è cresciuta in media ogni anno dello 0,2% questo significa che, se fosse confermata tale tendenza, per tornare ai livelli del 2007 ci vorrebbero quasi cinquant’anni.

L’effetto reale più immediato della crisi internazionale è consistito nella distruzione di aziende e posti di lavoro specialmente a medio-basso valore aggiunto. Come ha detto Michele Boldrin in un post su Noisefromamerika: “Per questi beni e servizi la domanda è diminuita per sempre”.

I mezzi di trasporto stanno all’Abruzzo come la remora alla sua balena. Anche per questo settore, tuttavia, le notizie non sono rassicuranti: gli aiuti messi in campo dai Governi possono supportare le aziende ad affrontare la crisi nel breve periodo, ma rischiano di “rallentare il processo di razionalizzazione e riduzione della sovrapproduzione necessari per consentire il riposizionamento delle aziende nel mercato del futuro” (http://www.standardandpoors.com/ratings/articles/en/us/?assetID=1245214826854). Gli incentivi ed i sussidi pubblici possono generare un aumento ingannevole della domanda di ieri ed un crollo della domanda di oggi ma il gioco di prestigio finisce qua. Non possono generare una domanda elevata e persistente nel tempo. Dunque si rivelerebbero inutili. L’Abruzzo ha perduto 24 mila occupati nel 2009, di cui 7 mila nella sola industria in senso stretto, e continua a perderne parecchi anche nei primi sei mesi di quest’anno. Il calo subito nel comparto industriale è stato il più pesante tra le regioni italiane.

Quali scelte hanno determinato questa situazione? Quali la possano modificare? Globalizzazione per noi, per noi italiani in questo caso, ha significato soprattutto due cose: a) certi prodotti non li vuole più nessuno o altri li fanno meglio di noi, dunque occorre farne altri; b) siccome i valori delle nostre attività sono crollati siamo più poveri di quanto pensavamo, dunque la nostra capacità di spesa si è affievolita. Le nostre prospettive di crescita del reddito sono grigie e più passa il tempo più si anneriscono perché si avvitano intorno ad aspettative che più negative non si può. Questo a livello sociale ha generato annichilimento e, soprattutto, precarietà. Il superamento di quest’ultima Nichi Vendola l’ha collocato al primo posto delle cose da fare. Altri chiamano il problema “ritorno alla crescita”. Dicono esattamente la stessa cosa anche se nel secondo modo si perde l’appeal del vocabolario “di sinistra”.

Per crescere è necessario trovare cose da produrre che altri desiderano e bisogna fabbricarle meglio degli altri. Poi bisogna anche esporle adeguatamente e venderle ma, insomma, farle bene è già metà dell’opera. Occorre, insomma, che la nostra industria si ristrutturi, si riorganizzi, si rinnovi, si riconverta, con notevoli spostamenti di lavoro da un settore all’altro e iniezioni massicce di innovazione, sia in fabbrica sia nella società. I dati più recenti mostrano come i paesi avanzati che meglio hanno colto le opportunità offerte dal nuovo paradigma tecnologico e dall’integrazione dei mercati mondiali sono quelli che hanno puntato a sviluppare le fasi di ricerca e sviluppo di nuovi prodotti, del design, dei servizi di marketing, della logistica. Fino al secolo scorso l’organizzazione della produzione di beni e servizi si è basata sul risparmio di lavoro o sul suo “sfruttamento”, standardizzando comportamenti e risultati. L’obiettivo era prevalentemente ottenere, dato un certo livello dei prezzi, forti economie di scala. Oggi le basi materiali e logistiche della produzione continuano a contare ma non sono queste che generano le differenze di valore. La competizione si farà sempre più sulla produzione di significati e di standard.

Prendiamo l’iPod. La Apple ha utilizzato per lo più soluzioni tecniche già presenti nel mercato. L’idea di fondo è stata quella di connetterle fornendo una varietà di funzioni e di combinazioni che ampliano esponenzialmente il valore che il consumatore può attribuire loro. Un recente articolo pubblicato dal Personal Computing Industry Center dell’Università della California mette in discussione alcuni luoghi comuni sulle origini della competitività e sulla nuova divisione internazionale del lavoro (Capturing value in a Global Innovation network: a comparisno of radical and incremental innovation).

Se si scompone la filiera produttiva di uno dei prodotti più venduti della Apple (iPod video 30GB, anno 2005) esso risulta costituito da 451 componenti. Le componenti più importanti assorbono quasi il 90% del costo totale di fabbricazione secondo uno schema di questo tipo:

  1. Hard disk 50%
  2. Display 16%
  3. Processori 9%
  4. Batteria 2%
  5. Memoria 2%
  6. Box 2%

Il costo delle componenti di supporto a quelle principali pesa appena l’11% del totale. L’assemblaggio (5% dei costi) avviene completamente all’esterno (Taiwan o Cina) mentre la Apple si è specializzata nella gestione di una rete globale composta da migliaia di sviluppatori e fornitori. Un fenomeno che ha investito in maniera del tutto simile anche i produttori italiani di tessile e abbigliamento. La somma totale dei costi di produzione di un iPod ammonta a circa 148$ ai quali si devono aggiungere la remunerazione del distributore (30$) e quella del venditore al dettaglio (15% del prezzo finale, cioè 45$). Considerando un prezzo al pubblico di 299$ alla Apple restano in cassa 76$. Quando è la Apple stessa ad occuparsi della distribuzione, attraverso i propri negozi oppure online, il suo margine sale del 45%. Dunque un primo elemento su cui riflettere è il seguente: nelle filiere globali (e noi ci troviamo nella necessità di considerare filiere globali e non l’asfittico perimetro locale) il valore è attratto dalle attività che si svolgono a monte della produzione (ricerca, concezione del prodotto, design) e da quelle a valle (distribuzione del prodotto, contatto con il cliente finale).

Poi, esiste un altro ordine di considerazioni che riguarda il valore prodotto dal punto di vista della sua distribuzione geografica. Un articolo redatto dagli stessi autori di quello precedente (Who captures value in a global Innovation System? The case of Apple’s iPod) ci racconta che posto pari a 100 il valore di un iPod le imprese statunitensi ne “catturano” quasi la metà mentre solo il 2% del suo prezzo di vendita finale arriva al paese produttore del manufatto fisico. Lo schema è il seguente:


Per chi voglia vederla in maniera teorica si potrebbe dire così: in un mondo in cui i fattori della produzione si muovono tutti e possono farlo liberamente i “vantaggi comparati” diventano endogeni. In altri termini, essi possono essere decisi a tavolino, possono essere influenzati dalle “politiche”. Se le “politiche” riescono a rendere profittevoli i costi fissi di localizzazione i fattori mobili (quelli decisivi: capitale, know-how, tecnologia, lavoro altamente specializzato) sono attratti e determinano vantaggi comparati nelle produzioni che essi controllano. Se questa attrazione non si innesca ci si deve rassegnare a produrre le solite cose. Invece di rincorrere i settori, fiscalità di vantaggio, incentivi di varia natura e genere è probabile che l’Abruzzo debba concentrarsi con più lena su discussioni di questo tipo piuttosto che su altre. Dovremmo avere politici e dirigenti con la giusta testa e buone gambe per rincorrere nel mondo, non fuori porta, questo tipo di catene del valore. Per un sistema come quello aquilano, che esporta appena il 18% di quello che produce, questa è diventata una opzione indispensabile e indifferibile. Per evitare una catastrofe vera non la puzzetta del terremoto.

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