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Impianto a biomasse di Bazzano: che si schierino le truppe!

14 October 2010 3,554 Views One Comment

di Gianluca Marcotullio, dottorando Università Tecnica di Delft, NL

A seguito della notizia dell’imminente costruzione di un impianto di produzione di energia elettrica da combustione di biomasse nel nucleo industriale di Bazzano, si schierano le truppe dei pro e dei contro. La discussione, come si registra spesso in questi casi, tende a gonfiarsi per poi scivolare e appiattirsi su posizioni polarizzate, dove esistono sempre due verità diverse e contrapposte (e dove l’unica possibilità per chi cerca di informarsi sembrerebbe quella di scegliere da che parte stare). Si rispolverano armamentari di formule preconfezionate di accuse reciproche: da un lato i ragionamenti logico-deduttivi che partono dalle biomasse per arrivare alla distruzione del territorio, all’incenerimento dei rifiuti solidi urbani, alle diossine e ai tumori – ma non era meglio l’energia solare? Dall’altro i teorici dello sviluppo a tutti i costi, che se poi è anche sostenibile che volete di più?

È sempre latitante, da un lato e dall’altro, la volontà di fare chiarezza, di capire e di informare.

È evidente (si veda la breve descrizione tecnica di seguito) che un impianto di questo tipo prelevi risorse ingenti dal territorio e ponga anche delle questioni di natura ambientale. Naturalmente la legislazione esistente tutela i cittadini e l’ambiente imponendo il rispetto di vari parametri, ma a volte l’attenersi alle norme non è sufficiente a guadagnare la fiducia delle comunità interessate. Chi scrive è convinto che i promotori di questa iniziativa industriale lo facciano nel rispetto di tutte le normative vigenti, e che in un mercato liberalizzato l’iniziativa privata sia il motore del rinnovamento e vada rispettata e tutelata. Tuttavia, sempre chi scrive, ritiene anche che qualunque soggetto volesse accedere allo sfruttamento di un bene comune di grande importanza come il patrimonio boschivo e forestale, per di più attraverso processi tecnologici che, piaccia o no, pongono delle questione di carattere ambientale, debba in qualche modo rassicurare le comunità interessate con laute dosi di trasparenza e buone pratiche.

È pertanto lecito che la cittadinanza si ponga delle domande ed è assolutamente auspicabile che queste trovino risposte esaustive da parte degli enti preposti, nonché dai soggetti privati promotori dell’iniziativa!

Di seguito si esporranno alcune criticità ritenute importanti, con l’auspicio di stimolare chi di dovere a evadere tali questioni, e con il sentito augurio di instaurare così un rapporto di fiducia tra loro e i privati cittadini.

  • Per cominciare una piccola introduzione tecnica (facoltativa, e tanto per chiarire).

La centrale in costruzione (dalle informazioni fornite dai costruttori), è un impianto per la produzione di energia elettrica, utilizzante una tecnologia consolidata basata sullo sfruttamento di risorse rinnovabili quali, appunto, le biomasse. Trattasi di un impianto di dimensioni medio piccole, 5.5 MW “elettrici”, che fa sorridere se confrontato alle taglie di centrali tradizionali alimentate a gas naturale o carbone da 800-2000 MW, ma anche più piccolo rispetto a molte istallazioni alimentate a biomasse (ad esempio il progetto Powercrop ad Avezzano prevede una potenza istallata di 30 MW elettrici).

Dati tecnici: Il combustibile solido, quale ad esempio legno o residui dell’agricoltura, viene bruciato in una caldaia e il calore così prodotto viene utilizzato per produrre vapore acqueo sotto pressione che azionerà una turbina collegata ad un alternatore per la produzione di energia elettrica. I fumi generati dalla combustione vengono trattati prima di essere rilasciati in atmosfera allo scopo di abbattere il contenuto di inquinanti sotto dei livelli consentiti.

L’energia elettrica prodotta dall’impianto in questione sarebbe pari a circa 40 GWh l’anno che, sulla base dei consumi medi aquilani (ISTAT 2008), corrisponderebbe al fabbisogno annuo di circa 20 mila utenze domestiche (ovvero al fabbisogno domestico medio di circa 40 mila aquilani).

Oltre all’energia elettrica, impianti di questo genere si prestano alla co-generazione di calore per riscaldamento residenziale e/o per attività produttive. A fronte di una penalizzazione molto contenuta nel rendimento elettrico, tali impianti sono infatti in grado di fornire grandissime quantità di calore a medio-bassa temperatura. Tale pratica è più che auspicabile dal punto di vista energetico e anche conveniente da quello economico se le utenze non sono troppo distanti dall’impianto.

Dato il rendimento di conversione dichiarato dai costruttori (23,5%, nella media degli impianti termoelettrici di questa taglia), la materia prima necessaria per tale scopo è pari a circa 38 mila tonnellate annue di biomassa “secca”, poco più di 100 tonnellate giornaliere. (Dipendentemente dal tipo di biomassa e dal suo contenuto di umidità, la quantità di materiale conferito all’impianto può cambiare anche di molto. Alcuni tipi di legno possono infatti contenere fino al 45% di umidità, mentre ad esempio la paglia secca ne contiene circa il 5-10%).

  • Le criticità da evadere e i percorsi virtuosi auspicabili

L’energia prodotta dalla combustione di biomasse viene considerata rinnovabile dal legislatore, e pertanto avente diritto a forme di incentivazione pubblica. In effetti la fonte utilizzata, ad esempio la legna dei boschi, è rinnovabile per definizione, ma, si badi bene, le pratiche per il suo sfruttamento possono non esserlo. Va da sé che il disboscamento sfrenato non risponderebbe a nessun criterio di sostenibilità o di salvaguardia dell’ambiente. Il ciclo di produzione delle biomasse o lo sfruttamento del territorio sono infatti alcune tra le maggiori controversie legate alla produzione di energia da biomasse.

Dalle informazioni disponibili i gestori dell’impianto prevedono di utilizzare prevalentemente le risorse boschive abbondanti nel territorio, e in maniera minore residui agricoli. È certo che il Corpo Forestale dello Stato, gli enti parco (quando interessati) e le tante amministrazioni locali sono direttamente responsabili nel controllo dei prelievi di legno dai boschi, in modo che esso risponda ai criteri vigenti di sicurezza e salvaguardia del territorio. Tuttavia come cittadini gradiremmo avere evidenza delle risorse che si intendono sfruttare, della loro localizzazione, dell’intensità dello sfruttamento stesso, nonché degli accordi, laddove essi esistano, con i suddetti enti.

Detto questo, va anche ricordato che la creazione di una filiera in grado di sfruttare in maniera sostenibile le enormi risorse boschive presenti nel territorio, o di instaurare nuove produzioni agro-forestali su terreni ormai incolti, sarebbe un risultato ragguardevole nell’ottica di uno sviluppo sano dell’economia del territorio.

Viste le vicende giudiziarie regionali più recenti riguardo i comitati d’affari per lo smaltimento e l’incenerimento dei rifiuti, è più che comprensibile che in molti siano almeno preoccupati dalla definizione di biomasse. La preoccupazione è che in tale definizione si faccia rientrare un po’ di tutto, trasformando l’impianto in questione in una sorta di inceneritore di rifiuti solidi urbani, fanghi di depurazione e via dicendo. Questo sarebbe naturalmente inaccettabile. Anche essendo convinti che questa sia un’ipotesi poco realistica, non si sono registrate risposte chiare di smentita. E conoscendo la prolifica creatività italiana, attendiamo fiduciosi di ascoltare chiare posizioni in merito dall’amministrazione comunale e dalla società gestore dell’impianto (o più auspicabilmente impegni scritti), che scongiurino l’uso di combustibili derivanti da rifiuti urbani o industriali di alcun tipo, ma esclusivamente di materiale ligneo-cellulosico tal quale.

Un altro punto molto importante riguarda le emissioni in atmosfera dell’impianto. L’energia rinnovabile non è sempre “pulita”, e ogni processo di combustione è sempre accompagnato dalla produzione di inquinanti. Ovviamente vanno fatte delle distinzioni: il legno non è “sporco” come il carbone o i rifiuti solidi urbani, ma meno del gas naturale ad esempio. Nel caso specifico andrebbero tenute sotto controllo (e sono infatti regolate dalla legge) principalmente le emissioni gassose di polveri sottili (PM10), ossidi di azoto (NOx) e monossido di carbonio (CO). Considerando come esempio la produzione di polveri, stante il limite di concentrazione nei fumi di 10 mg/Nm3 imposto dalla legge, e considerando una produzione annua di fumi di circa 400 milioni di Nm3, la quantità di polveri rilasciata in atmosfera dall’impianto in questione sarebbe pari a circa 4 tonnellate annue. Considerando che le emissioni totali annuali di PM10 nella provincia dell’Aquila sono pari a circa 935 tonnellate annue (fonte: Inventario provinciale delle emissioni in atmosfera SINAnet, APAT, dati 2005) si può avere un’idea del contributo alla produzione di polveri nel territorio aquilano. Il discorso è analogo per gli altri inquinanti come NOx e CO. Anche essendo il contributo di emissioni non importantissimo a livello provinciale, l’impatto sulle zone in prossimità dell’impianto potrebbe comunque essere importante, richiedendo pertanto delle valutazioni accurate (considerando, poi, che sulla zona artigianale di Bazzano insistono insediamenti sportivo/ricreativi molto frequentati, oltre alle numerose attività produttive e zone residenziali).

Senza voler creare suggestioni incorrette (le polveri presenti in atmosfera sono, infatti, solo in parte prodotte dall’attività umana, e la loro concentrazione dipende da fattori piuttosto complessi) risulta evidentemente necessaria una stima a priori dell’impatto locale di queste emissioni attraverso l’utilizzo di opportuni modelli, nonché un controllo costante della qualità dell’aria in tali zone durante il funzionamento dell’impianto. Sarebbe pertanto auspicabile l’istallazione, in punti rilevanti, di centraline per il monitoraggio della qualità dell’aria i cui dati siano anche facilmente accessibili dalla popolazione. Il comune dell’Aquila risulta infatti poco provvisto di tali centraline di monitoraggio e potrebbe trovare in questa occasione un’opportunità per allinearsi alle migliori pratiche nazionali (a L’Aquila, soltanto dal 2007, esiste una singola centralina, con una media quindi 1,4 per 100.000 abitanti. La media italiana è 2,3, a Pescara è 4,9. Fonte: Indicatori ambientali ISTAT, 2009). Se tali centraline rilevassero superamenti dei limiti di concentrazione di inquinanti troppo frequenti rispetto agli standard consentiti dalla legge, o concentrazioni medie troppo alte, si renderebbero necessari degli interventi di potenziamento dei sistemi di abbattimento degli inquinanti nei fumi.

Riguardo l’ottimizzazione nello sfruttamento energetico delle risorse impiegate, sarebbe auspicabile un significativo ricorso alla cogenerazione di calore, e alla sua distribuzione attraverso reti di teleriscaldamento alle utenze situate nelle vicinanze. Tale prelievo di calore comporterebbe penalizzazioni minime in termini di rendimento elettrico dell’impianto, ma consentirebbe d’altra parte un risparmio ingente di combustibile altrimenti usato dalle utenze in questione. Tale pratica consentirebbe pertanto risparmi economici rilevanti e notevoli vantaggi ambientali mitigando parzialmente l’impatto ambientale dell’impianto stesso (ancor di più considerando che il nucleo industriale di Bazzano sud non è collegato alla rete di distribuzione di gas naturale, ricorrendo nella maggior parte dei casi al gpl). In questo senso si auspica il massimo impegno da parte del gestore.

Il Consorzio per lo sviluppo del nucleo industriale, dovrebbe poi tenere in conto tale possibilità nell’orientare la futura localizzazione delle attività con alti consumi di calore nelle immediate vicinanze dell’impianto.

  • In conclusione

L’istallazione di impianti di tal genere non va certo sottovalutata dal punto di vista ambientale fermandosi alle facili etichette di energia “verde” o “pulita”. La formazione di una coscienza ambientale collettiva consapevole del bilancio tra rischi e vantaggi, e il modo in cui questi rischi vengano mitigati, è un passo fondamentale per la loro accettazione.

D’altra parte essi offrono occasioni di sviluppo attraverso lo sfruttamento di risorse ambientali abbondanti nel territorio ma di fatto inutilizzate. Saper accogliere consapevolmente tali iniziative, e i vantaggi che indubbiamente ne derivano, è anche tra le responsabilità di una comunità.

Questi sono i dati su cui riflettere, chiedere chiarimenti e magari protestare. Le raccolte di firme di pro e contro, così come le suggestioni da caccia alle streghe, portano poco lontano e certamente non contribuiscono a formare una coscienza ambientale informata e consapevole. Meno che mai contribuiscono a una qualsiasi forma di sviluppo.

One Comment »

  • Alberto Bazzucchi said:

    Bravo Gianluca! Un bravo non “tecnico” – per quello non ho competenze – ma civico, per lo spirito e lo stile del contributo. A un libro di diversi anni fa (Il nespolo) Luigi Pintor aveva apposto una epigrafe di Voltaire che avvertiva che “i libri più utili sono quelli in cui i lettori fanno essi stessi metà del lavoro”, cioè quelli che offrono solo un canovaccio da integrare con la riflessione.

    I contributi come il tuo hanno questo pregio.

    Vi è da aggiungere che qualche anno prima lo stesso Pintor aveva dato alle stampe una raccolta di articoli. Il titolo era:”Parole al vento”.

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