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Le città sottili.

30 May 2009 2,390 Views 2 Comments

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La città di Sofronia si compone di due mezze città. In una c’è il grande ottovolante dalle ripide gobbe, la giostra con la raggiera di catene, la ruota delle gabbie girevoli, il pozzo della morte con i motociclisti a testa in giù, la cupola del circo col grappolo dei trapezi che pende in mezzo. L’altra mezza città è di pietra e marmo e cemento, con la banca, gli opifici, i palazzi, il mattatoio, la scuola e tutto il resto. Una delle mezze città è fissa, l’altra è provvisoria e quando il tempo della sua sosta è finito la schiodano, la smontano e la portano via, per trapiantarla nei terreni vaghi d’un’altra mezza città.
Cosí ogni anno arriva il giorno in cui i manovali staccano i frontoni di marmo, calano i muri di pietra, i piloni di cemento, smontano il ministero, il monumento, i docks, la raffineria di petrolio, l’ospedale, li caricano sui rimorchi, per seguire di piazza in piazza l’itinerario d’ogni anno. Qui resta la mezza Sofronia dei tirassegni e delle giostre, con il grido sospeso dalla navicella dell’ottovolante a capofitto, e comincia a contare quanti mesi, quanti giorni dovrà aspettare prima che ritorni la carovana e la vita intera ricominci.

Da “Le città invisibili” di Italo Calvino, foto di Antonio Di Cecco

centro-calvino

Immaginare una città temporanea e transitoria è un “esperimento” quanto mai significativo per L’Aquila e per gli aquilani, abituati da sempre a rapportarsi con una città che essi stessi immaginavano (erroneamente…) immutabile nelle sue forme architettoniche e strutture sociali.

Immota manet è sempre stata la giustificazione ad un modo di pensare e vivere che ha cristallizzato la forma della città in quello che adesso è per tutti noi solo un ricordo. La riappropriazione graduale dei luoghi della nostra quotidianità, degli spazi in cui eravamo soliti abitare, passeggiare, incontrare amici, lavorare, studiare, in altre parole vivere… è questa la sfida che vogliamo realmente proporre, è questo il modus operandi che gradualmente dovrebbe portarci a riprendere possesso della nostra città, prigioniera in questo preciso momento delle sue stesse mura e invisibile ai nostri occhi.

La riapertura di limitate porzioni del centro storico opportunamente messe in sicurezza;
la creazione di percorsi pedonali urbani che si snodino tra le diverse parti di “città-cantiere”;
la creazione di strutture provvisorie puntuali e diffuse destinate ad accogliere gli esercizi commerciali che non avranno
la possibilità immediata di tornare a usare i locali che avevano in precedenza;
la riappropriazione di spazi di aggregazione pubblica la cui mancanza in questo momento comincia a diventare insopportabile;
la graduale acquisizione della consapevolezza del cambiamento del volto della città, cambiamento quest’ultimo che potrà avvenire, in alcuni casi, anche attraverso l’innesto di architteture contemporanee in quello che era l’antico tessuto della città storica;
l’abitudine a convivere per un periodo prolungato con una città in divenire, una città-cantiere che si trasformerà perennemente sotto i nostri occhi trasformando allo stesso tempo il nostro modo di rapportarci allo spazio urbano;
la consapevolezza che questo fenomeno di continua trasformazione della città non debba arrestarsi dopo la ricostruzione ma possa anzi diventare una prerogativa dello sviluppo futuro della città, capace di cambiare e ridisegnare la propria struttura adeguandosi alle sfide future.

Sono questi alcuni degli spunti-idee che ci proponiamo di sviluppare e proporre per tornare in possesso della nostra città, dei nostri ricordi…

2 Comments »

  • Roberto said:

    Ho letto la metaafora della città che vive il capovolgimento tra l’effimero e il permanente.
    Cosa quanto mai pertinente.

  • titti said:

    “L’inferno ha un solo tempo,la vita un giorno ricomincia”.
    Grazie Saviano
    Grazie Camus (che se fosse in vita riceverebbe ugualmente la cittadinanza ad honorem)
    Grazie Collettivamente Aquilani inamovibili

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