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Il terremoto è un grande lutto che chiede rispetto, ma è anche un grande acceleratore di mutamenti. Cercando la forza di guardare oltre la tragedia ed oltre l’emergenza, al semplice e mesto “riassemblaggio di cocci” si può (e si deve) sostituire un progetto ampio e condiviso di trasformazione migliorativa delle qualità urbane e territoriali. Se la crisi economica ormai da anni attanagliava L’Aquila, le crisi ambientali, climatiche ed energetiche erano già all’orizzonte, come per la stragrande maggioranza delle città del pianeta per le quali il problema principale si chiama “riconversione”. In questo momento storico con tale termine si intende il passaggio ragionato e ragionevole dal sistema petrolifero a quello delle energie alternative, dal sistema della produzione globalizzata degli alimenti al ritorno ad uno sfruttamento locale delle risorse alimentari, da una mobilità delle macchine ad una alternativa che si avvalga il più possibile di mezzi pubblici a basso impatto ambientale, da una società esclusivamente urbana ad una mista città-campagna. Alla contestualizzazione di queste sfide nella ricostruzione dell’Aquila è ciò a cui sta lavorando il Collettivo99, dove giovani architetti, ingegneri e specialisti di altri campi disciplinari portano a discussione le proprie competenze consci che, ora, questa città storicamente chiusa a cambiamenti di rigenerazione ed arretrata su posizioni testardamente obsolete, potrebbe invece trasformarsi in un modello planetario di efficienza e simbiosi con la natura, luogo di una nuova economia agricola, energetica, scientifica e delle creatività che sia capace di attrarre e non più di respingere. È sotto gli occhi di tutti come la prima urgenza della città sia quella della pur semplice ricostruzione, con la preoccupazione di non riuscire neppure a ricostruire quei pregiati “cocci” di cui essa era fatta. E poi le politiche dei beni culturali, l’economia turistica, una sacrosanta sicurezza degli edifici… Tutte cose che gli aquilani devono pretendere da chi sta gestendo l’emergenza e gestirà la ricostruzione, dal primo Commissario all’ultimo dei ragionieri e dei tecnici coinvolti… ma non può bastare, se non vogliamo trovarci con una città magari forte rispetto ai terremoti e fragile rispetto ad altre criticità ben più prevedibili.
L’Aquila cambierà, e sarà bene che lo faccia in meglio:

RICONVERSIONE: mutamento delle logiche di funzionamento e consumo verso una città (centro storico compreso) ad impatto zero, tecnologicamente avanzata, sicura, facilmente percorribile e tendente all’autosufficienza;

PROCESSO: programmazione di tutte le fasi della ricostruzione garantendo qualità funzionali ed urbane all’intero iter della ricostruzione, non pensando al traguardo ma alle qualità del percorso.

REVERSIBILITÀ: la flessibilità del processo è ottenibile anche mediante strutture provvisorie di buone qualità formali e spaziali che sappiano armonizzarsi con l’esistente, nella convinzione che la pratica del reversibile faccia acquisire la consapevolezza che possa essere anche una valida modalità edilizia oltre l’emergenza;

COSTELLAZIONE DI INNESTI ARCHITETTONICI ED URBANI: l’architettura può farsi interprete di una meditata strategia dell’innesto (opere pubbliche come spore di condensazione) che sappia risolvere problematiche di vario genere, alle varie scale, emanando qualità urbane, innescando processi sociali ed economici, producendo ed erogando energia nel riattivare parti di città finora marginali;

CITTÀ-CAMPAGNA: ritorno ad una simbiosi con la natura e con le pratiche di messa a reddito della stessa mediante un gradiente di porosità che coinvolga finanche il centro storico.

Le fasi della ricostruzione sono affidate a diversi attori, non tutti sensibili alle peculiarità locali, disgiunti tra loro, con diverse idee di città.
È necessario che ci sia una regia d’insieme che, con l’apporto di tutti quanti ne abbiano voglia e dignità, sappia regalare a L’Aquila un futuro certo e sereno per il Terzo Millennio.